Friday, November 21, 2008
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SCRITTURA
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BREVI RACCONTI -   ALFIO CATANIA -

 

   Alfio Catania è nato a Torino, vive tra venezia e torino-
Ha pubblicato il romanzo Al di là del sogno, 1989 oltre vari racconti brevi per antologie di narrativa e poesia. Attualmente in attesa di distribuzione due nuovi romanzi:

Non mi senti - Prigionieri di una parentesi.
 Finalista al premio Mer 1991

Tutti i diritti riservati -


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        RACCONTI DI ALFIO CATANIA -  legalmente depositati -   

 

RACCONTI      1 DI  7          

 

 

 

 

           1                      IL SOLE ESISTE SOTTO IL TETTO

 

 

Il sole esiste sotto il tetto. Non c’è niente di più bello di questo. Un letto disfatto senza Madonne a custodirlo. Morire qui mi fa schifo. Senza la mia anima poi ancor peggio. Apro il rubinetto e muoio qui nel cesso di casa. Sono impaziente di farlo, mi affascino esultante mentre apro l’armadietto e cerco dolcemente quella cosa lì. Giro il rubinetto del lavandino e faccio scorrere l’acqua fredda, la voglio gelata e l’inverno là fuori oltre il vetro e la serranda mi aiuta.Tiro su le maniche della camicia contemplandomi  mani e avambracci mentre l’acqua li bagna e li desensibilizza concentrandosi sui polsi.

La luce del neon mi abbaglia e posso sentire l’acqua che scorre abbondante e fragorosa fuggendomi tra le dita. Che spettacolo, mi dico guardandomi nello specchio sopra il lavandino, innamorandomi di questi occhi strapieni finalmente di vita che tra un po’ se andrà via. La lama del rasoio brilla come una stella, invitandomi ad affrettarmi nell’opera

ultima di una volontà che inaspettatamente mi viene voglia di rimandare. Chiudo il rubinetto e vado vicino al letto disfatto, dove mi sdraio con i polsi ghiacciati che sembrano informicolirsi tutti, e penso alla cazzata che stavo facendo. Non si può morire così, no!  Chiudo gli occhi e penso al passato, perlopiù penso alle cose belle

e mi pare così strano di averne fatte così tante. L’importanza delle cose belle sta nel fatto che in punto di morte esse perdono consistenza e si trasformano nell’inutilità dei sogni; per fortuna è così anche per le cose brutte. Mi alzo e mi affanno a cercare dentro un armadio la scatola con le vecchie musicassette, dove trovo infine quella che cercavo con le canzoni

del mio disco preferito. La copertina della cassetta è sbiadita e il volto del cantante ricorda la foto di una vecchia tomba. Prendo il mangiacassette e vado nuovamente in bagno, ci ficco la cassetta e vado indietro con il nastro: voglio sentirla dall’inizio e sentirmi leggero come tutte le volte che l’avevo ascoltata fino a intenerirmi il cuore. Alzo il volume ed eccola lì che comincia ad

entrarmi nell’anima…vivo, vivo e amo questa musica, non posso arrendermi ma non posso

nemmeno aspettare che sia qualcun altro o qualcos’altro a decidere il modo e il giorno della mia morte. Deve essere una sorta di parità visto che in fin dei conti uno non può decidere quando deve nascere mi pare il minimo che almeno uno possa essere lui a decidere quando andarsene una volta per tutte.  Mi riguardo allo specchio e sorrido, ma la mia mano è più veloce della logica mentre afferra istintivamente il rasoio e zac!… la prima rasoiata fa cadere una ciocca di capelli dentro il lavandino, poi ne viene una seconda, una terza, seguita molte altre più precise finché ecco la mia testa che luccica privata dai capelli.

Oh quanto mi piaccio! Sto davvero bene e il bello è che non mi sono nemmeno tagliato. Finalmente dopo tanti anni ho un’altra faccia a tenermi compagnia.  Mi riempio le mani di

dopobarba frizionandomi il cranio, brucia un po’, ma volete mettere come risaltano questi occhi?  Stasera quasi quasi esco da casa e vediamo cosa succede. E’ ora di cambiamenti, di rinnovamento totale, cosicché comincio subito con queste cazzo di canzoni  fracassando contro il muro il mangiacassette. Finalmente silenzio. Spengo la luce del bagno e torno nel mio letto disfatto: ho voglia di sentire  la sensazione di una testa calva sul cuscino. Mi sento davvero bene, penso che stasera uscirò ma prima sento la necessità di riposarmi e distendere ogni lineamento e ruga  del mio volto.  Mi stringo il cuscino in testa e serenamente mi addormento.

La mattina giunge presto e il primo pensiero è il dispiacere di essermi addormentato, escludendomi il brio di una nottata con un nuovo me. Ho fame. Mi alzo e barcollò fino in cucina.

In cucina c’è gente. Stanno in silenzio, seduti attorno al tavolo. Guardandomi sorridono indicandomi la mia testa pelata. Il tavolo è apparecchiato per la colazione: c’è del caffelatte

bollente, fette biscottate e marmellata, succhi di frutta e due torte invitanti.

Non capisco, e mi raggelo nella soglia della cucina. Chi ha fatto entrare quegli sconosciuti a casa mia, chi? mi domando senza parole.

Ci sono due donne, una molto più giovane dell’altra. Vedo un vecchio curvo sul caffelatte fumante e un ragazzino che succhia fastidiosamente  del latte da una tazza  colorata. Hanno tutti l’aria simpatica e spontaneamente genuina.

La donna m’invita con una voce da spot pubblicitario a sedermi con loro. C’è un posto libero tra il vecchio e la ragazza e il caffè con il suo aroma che invade la cucina mi allieta.

Tutti mi chiedono come sto e se ho dormito bene, sono premurosi e gentili e il caffè è buono.  Non li conosco per niente, ma chi se né frega, d’altra parte non si conosce mai nessuno nella vita. Potrei  chiedere loro chi sono e come diavolo sono entrati a casa mia, ma qualunque cosa essi mi rispondono per ora non m’interessa più.  Prendo la caraffa del caffè per versarmene una buona dose sennonché  riesco a rovesciarmi la tazza piena tra le gambe.  Il ragazzino ride mentre  io grido balzando in piedi cercando di staccare i pantalonibagnati e appiccicati sull’inguine che fuma. Forse il mio saltellare ridicolo ha contagiato il vecchio poiché si alza e comincia  a battere le mani come in una danza popolare. Fortunatamente le due donne  accorrono in mio aiuto con un panno freddo da applicare sulla scottatura. Sto già meglio, mi scuso e mi risiedo, mentre il vecchio ci informa che va in bagno. Lo vediamo tornare con il mio mangiacassette fracassato portandoselo sul bancone della cucina, dove armato di un cacciavite  me lo riporta in vita  dopo averci trafficato per cinque minuti. Mi dice che era un peccato  buttare via un mangiacassette come quello per una sola cassetta che non piace più. Gli diedi ragione intavolando una normale conversazione mentre  mangiavo con voracità ogni prelibatezza di quella colazione. La donna più giovane frugò da dentro una borsa esclamando felice che lei aveva una bella cassetta da farci sentire.

Era solo musica, ma una musica come quella io non l’avevo mai sentita…era fantastica per

Ballarla e lasciarsi andare in un’estasi da illuminati.

ballammotutti intorno al tavolo con il cuore che batteva colmo di serenità e di una libertà senza eguali: è bello stare qui. Domani mi dicono che sarà ancora meglio: qui si balla, si gioca e ci si meraviglia, nessuno può disturbarci perché il mondo con tutti i suoi orrori non ci può raggiungere.

Io non lo sapevo, ma questa casa ha molte stanze, tantissime stanze interessanti, abitate ognuno da persone fantastiche che ti fanno davvero stare bene. E chi se ne frega se anche sono fantasmi, o frutto dei miei deliri artificiali o di un aldilà camuffato?

Sto bene, no? Questo conta davvero.

 

                                                          FINE

 

 

 

 

 

 2                                                  ALFIO  Catania

              

                                              LA LUCE DI QUEL GIORNO                  

 

 

 

Dopo metà  Agosto il cielo cambia e prende quella luce smaltata e tersa che ti strappa il cuore; è quasi come ricordare qualcosa che ci sfugge oppure come ricordare tutto e niente.

- Sei triste? – gli chiese la donna.

Ci pensò su un attimo e poi guardando altrove rispose :

- Non lo so nemmeno io. -

Il campo non era ancora affollato come sarebbe di solito avvenuto da lì ad un’ora.

Venezia d’estate non gli piaceva affatto: troppa gente, troppo caldo e umidità.

Avevano fatto colazione dopo una notte di eccessi, avevano mangiato paste con la crema, bevuto succo di pompelmo e caffè ed ora alla fine di quei cinque giorni, ora che lui avrebbe dovuto andarsene, sentiva che dopo tutta quella felicità ovattata, qualcosa non andava.

- Vorrei che ti fermassi ancora per un giorno o due. -

- Lo sai bene che non posso, - le prese la mano tra le sue guardandola come se non l’avesse mai vista: era una mano da ragazzina e desiderò nuovamente di vederla muoversi sul suo corpo.

Erano seduti sull’unica panchina della piazzetta; davanti a loro c’era la facciata barocca di un’antica palazzina, alla destra un alberello solitario e alla sinistra uno dei tanti anonimi canali dove l’acqua verdastra se ne stava immobile rifulgendo sotto i raggi del sole.

- Lasciamo questa piazza e andiamocene da qui…voglio farti un regalo prima di salutarti, dai.

- Quante volte te lo devo dire che qui a Venezia le piazze si chiamano campi, - gli ricordò mentre sentiva le mani di lui lasciare le sue per accendersi una sigaretta. – Non voglio regali, voglio solo che tu resti ancora qui. Un giorno o due.

- Se restassi ancora rischierei di mangiarti tutta, di consumarti e poi alla fine come faremo? -

- Non m’importa,- esclamò ridendo, - mi piacerebbe solo scomparire per sempre dentro di te, - affermò cercando nella borsa l’astuccio con gli occhiali da sole.

Nel frattempo nell’aria il suono di campane delle molte chiese veneziane cominciò ad annunciare senza sosta  chissà quale celebrazione; entrambi amavano quella letizia di note acute e dolci che ti seguivano dappertutto anche quando non eri più lì ma lontano, altrove, in un’altra città in un’altra vita.

- Toh, ecco le campane, - esclamò alzando la testa in aria come se le note insistenti potessero consolidarsi nel cielo, - Non sai quanto mi piace, quando siamo al telefono e le sento in sottofondo. E’ come se potessi vederti mentre cammini, lì con quel tuo modo particolare che sembra che scivoli via lontano da tutti, tra le calle e parli e parli con il tuo telefonino pigiato su  un orecchio.

- Ma dai, cammino mica scivolo.

-Era un modo di dire, sai bene quanto mi piace il tuo portamento… comunque stavo dicendo che

 ti invidio  quando confronto le due città. Dalla mia parte sento solo la frenesia di rumori di auto in corsa, di frenate, di città in delirio…è come se parlassimo da due mondi opposti. -

Lei non disse nulla. Lui non vedeva i suoi occhi celati dalle lenti scure. Ognuno di loro sentì di già afferrarsi  dalla nostalgia del distacco.

Le campane cessarono. Una madre con una bambina attraversò la piazzetta eclissandosi in una stretta calle. Un colombo tubava sul cornicione del palazzo di fronte. Un barcone passò pigro nel canale con un borbottare di motore convulso.

- A che ora parte il tuo treno? -

- Prendo quello delle due. -

- Come mai così presto?  Perché non prendi quello delle cinque ? -

- Devo essere a Torino entro stasera ,- disse buttando la sigaretta a terra. Si alzò e la schiacciò sotto una scarpa. –  Su, andiamo. -

Si incamminarono verso Rialto tra il fermento dei turisti che cominciavano a invadere come parassiti quella città vetusta la cui senilità tollerava a fatica quel fragore inopportuno. La luce violenta di quel giorno s’infilava tra le case, rimbalzando da muro in muro, pennellando strade e canali di strisce argentate.

Camminarono in silenzio come se mai si fossero appartenuti, distanti come estranei forse per il saggio ipocrita timore verso la clandestinità del loro rapporto. La prudenza non era mai poca. Mosaici di luci e ombre si rincorrevano inseguendoli colpendoli e superandoli.

Il cielo era di un blu crudo senza compromessi.

Passando davanti la vetrina di un negozio d’abbigliamento lui si fermò colpito dal colore di un capo femminile: era un gonna lunga dalla tinta pastello e una camicia leggera color pesca  indossati da un manichino senza testa.

- Ti starebbe davvero bene, - esclamò e senza pensarci entrò nel negozio invitandola a seguirlo mentre lei lo guardava imbarazzata, colpita  ancora dall’orribile premonizione che quell’uomo alla fine l’avrebbe lasciata per sempre, uccidendola dal dolore. Era così che andava la sua vita, per lei non ci sarebbero mai state gioie  non contaminate da quella sensazione opprimente, predestinata da  un qualcosa di superiore e oscuro verso un destino infausto. Ma lei era pronta a tutto, lo era sempre stata. Non si sarebbe fatta trovare impreparata per qualunque cosa gli riservasse la vita.

Nel negozio gravava un forte odore di deodorante floreale misto al profumo eccessivo della commessa.

Fece tutto lui,  invogliandola a provarsi quella gonna e quella camicetta. Nel frattempo la commessa sorrideva ripetendo che le stava davvero bene quel completino e che era davvero fortunata ad avere un uomo come il suo, un uomo che sapeva valorizzare una donna era un uomo raro in questi tempi. Ma lei era lontana da tutto quel cicaleccio, da quelle lusinghe, era lontana  anche dalla sua bella immagine riflessa allo specchio mentre la commessa le aggiustava da dietro una piega della gonna; lei era in una contrada remota dove la vita prima o poi le avrebbe fatto pagare cara ogni forma di felicità.

- Ti sta veramente bene, - disse e in effetti quei due capi esaltavano l’eleganza della sua figura minuta ma armoniosamente femminile. Non poté fare a meno di notare che anche lei era una creatura triste come lui, benché sorridesse alla commessa i suoi occhi tradivano ogni cosa rivelando un malessere perfettamente nascosto e mai esibito se non tra le righe di qualche discorso o sottolineatura. 

Uscirono dal negozio immettendosi nella fiumana di persone lungo le strette calle.

- Alla fine hai vinto tu…grazie, ma sei proprio un uomo terribile,- lo sgridò sorridendogli.

- Lo sai quanto mi piace vederti imbarazzata.. Mi spiace solo che le indosserai quando io non ci sarò.

- Se vuoi potrei mettermele anche adesso. M’infilo nel bagno di qualche bar e mi cambio,- suggerì finché tutta quella malinconia di prima parve dissolversi nelle virgole all’insù di un sorriso puerile come il contrasto tra il giorno e la notte.

- Davvero faresti questo per me?-

Stavolta fu lei a prendere l’iniziativa, entrò in un bar con la  grande borsa di cartone con su il nome del negozio d’abbigliamento e lì dopo aver ordinato un succo di frutta uscì fuori con indosso gonna e camicetta, incurante se le scarpe di tela senza tacco fossero inadatte o meno.

Era straordinariamente bella. Era bella perché era lei e perché in lei c’erano i suoi sogni da ragazzino e da uomo. Era proprio lei la donna che da sempre aveva desiderato incontrare.

Quando la vide uscire fuori dal bar, pareva addirittura che scintillasse sospesa dal marciapiede. Non sapeva bene se quello che sentiva fosse amore, ma in quell’attimo, visibilmente commosso,  le sorrise provando un sentimento contraddittorio: le avrebbe strappato quei vestiti lì davanti a tutti amandola fino alla morte, possedendola ancor più forte di tutte le altre molteplici volte in cui l’aveva posseduta. Era così che si sentiva, voleva entrare dentro lei, invertire i ruoli, i sessi, le anatomie, il passato e il presente, ma si sentiva anche il sangue rallentargli nelle vene, sentiva il cuore perdere colpi nel desiderio di fuggire con lei  o  anche da solo dove ogni cosa e sentimento sarebbe rimasto congelato per l’eternità. Dove passato e futuro erano nomi privi di significato.

- Hai ricambiato  e impoverito il mio regalo facendo questo per me. Sei bellissima! Non lo dimenticherò mai. -

- Nemmeno io ti  dimenticherò. -

-  Sai, vorrei fregarmene di tutto.Tu che non torni più a casa  mentre io in un eccesso di irresponsabilità ti istigherei a prendere la motonave per andarcene a Torcello, come questa primavera, a fine marzo.Ricordi ? Le distese dei campi di carciofi, quel fiumiciattolo indolente che sfociava nel mare e noi nascosti tra quella piccola macchia di alberi ad amarci senza contegno, incoscienti che l’ultima motonave del pomeriggio sarebbe partita lasciandoci lì. Farei questo -

-Già!

-  Torcello è un luogo fatato dicono alcuni veneziani. Ci sono ritornata da sola è li in tutta quella pace in quel lembo paludoso in mezzo al mare sentivo un senso di febbrile serenità…Tu non c’eri ma eri lì con me...rivivevo in una maniera impressionante quel giorno di aprile.                                                                  

La malinconia stava riaffiorando come l’alta marea lambiva le rive dei canneti di Torcello. Camminarono ancora, dirigendosi senza una meta precisa in una zona meno frequentata dai turisti; ricordavano molti momenti e ne sorridevano lasciandosi alle spalle il brusio onnipresente mentre i minuti diventavano ore, accorciando sempre più il momento della partenza.

- Tra un pò dobbiamo andare a recuperare il borsone in casa, - disse lui guardando l’orologio, - Ci conviene non allontanarci troppo. -

- Non vuoi mangiare nulla prima di andartene? -

- Non ho fame, - rispose con una voce smorta accendendosi un’altra sigaretta mentre le camminava a fianco senza la forza di guardarla o di fermarsi  per baciarla o per confessarle che in verità

lui non avrebbe voluto andare da nessuna parte, né con lei né con nessun altro, perché quello che avrebbe desiderato era che tutto si fermasse per sempre lì. Non importava come, anche se era sarebbe stato perfetto congedarsi in quella maniera, gravido di tutto quell’amore che sentiva melodrammatico si immaginò  o forse desiderò che un infarto lo cogliesse tra quelle calle silenziose: travasare da quella donna. Sarebbe stato suggestivo morire sorridendole,  annegando nei suoi occhi  stupefatti come l’ultima  perfetta fotografia di un’anonima esistenza, perché  forse in questo consisteva la sottile arte dell’andarsene, ovvero dare un senso ad una vita senza significato.

 

Giunti sotto casa lei cercò le chiavi del portoncino mentre lui nella penombra di quel budello che finiva direttamente in uno stretto canale, inspirava l’acre puzzo di acque torbide circoscritte tra quelle case antiche impregnate d’umidità.

Salirono le due rampe di scale entrando in casa, lui seguiva lei ricordando l’altro ieri notte quando  ritornando da una cena alla Giudecca fecero un amore disperato su quelle scale, dietro le silenziose porte di anonimi condomini addormentati nei loro letti. La passione non accettava compromessi o preparativi, la passione era essere animali travestiti da uomini.

Lui guardò quella casa e questa volta ebbe davvero il presentimento che per un motivo o per l’altro non avrebbe mai più messo piede tra quelle pareti. Forse lei lo intuì perché non si scambiarono alcuna parola. Abbassandosi chiuse lo zip del borsone mettendoci dentro un libro ed una maglietta che aveva dimenticato fuori, li stipò dentro con cura e alzando la testa vide lei  con le braccia conserte a mo di protezione  che lo osservava con gli occhi umidi; si dondolava leggermente e per un attimo la vide come una matta senza ragione… forse erano due pazzi entrambi, forse l’epilogo di un vero amore era  proprio la follia.

- Dai vedrai che ci rivedremo presto, - mentì carezzandole una guancia, - Intanto è ancora presto. Posso farmi un drink? -

- Fai pure. -

Andò in cucina, aprì la solita anta dell’armadietto in alto e tirò fuori la bottiglia di Jb. Prese un bicchiere versandosene due dita, poi prese due cubetti di ghiaccio sorseggiandolo davanti alla finestra che dava sul canale.

- Come mai bevi a quest’ora? – gli domandò osservandolo silenzioso di spalle.

-  Avevo voglia, - si voltò scrutandola nella penombra della cucina,- Vorrei tanto non andarmene, - le confidò sedendosi sul tavolo. – Ti ricordi di quella storia che ti raccontai la prima volta che venni qui? -

- Alludi  a quella storia indiana? -

- Sì, e se non sbaglio te la scrissi anche su di un foglietto. Lo hai ancora?

- Ce l’ho ancora… -

-  Mi piacerebbe che tu me la raccontassi nuovamente, è tanto che non la sento. -

- Siediti che te la racconto.

Le raccontò  di un amore divino e di come tutto ebbe inizio in uno stagno. Descrisse il Dio Brahmà  e del suo desiderio per la dea Satarupà che invitò a distendersi con lui nel morbido letto di una foglia di loto e di come si amarono  arditamente mentre il petalo si richiudeva lentamente su di loro per ripararli dal mondo circostante, permettendogli solo così di potersi amare indisturbati per cent’ anni.

Quando terminò di raccontare la storia lei si alzò dalla sedia per sedersi sopra le sue gambe, lo abbracciò fortemente, si alzò i lembi della gonna nuova facendosi penetrare delicatamente da quell’uomo terribile che le aveva rubato cuore e carne.

Lui spinse il suo sesso dentro di lei e si lasciò rapire dagli quegli occhi disarmanti .

Si amarono con dolcezza disprezzando vita e morte, si amarono con il viso di lei nascosto nelle sue spalle mentre il piacere erompeva con una solennità sconosciuta.

- Ti amo, - riuscì a dirle per la prima volta dopo quasi due anni e dicendolo, entrambi intuirono che qualcosa si fosse spostato verso un luogo ancora più sconosciuto del loro amore segreto.

Lei si nutrì di quelle tre lettere e ci annegò il cuore. Una lama di luce entrò tra gli stipiti della  finestra socchiusa posandosi dolcemente sulle ciglia lunghe e nere. Ci fu un tremolio, chiuse gli occhi e quando li riaprì  si staccarono due  grosse gocce precipitando come perle trasparenti tra le pieghe della camicia del suo uomo.

Lui non si accorse di nulla e questo fu un peccato poiché anche lui avrebbe voluto unirsi a quelle lacrime silenziose in un pianto liberatorio. Restarono così, abbracciati come un padre e una figlioletta, immersi ognuno nella fragranza dell’altro, galleggiando ognuno nel proprio mare d’estasi, evitando d’incontrarsi negli occhi come se ciò potesse intimidirli o leggervi paure che nessuno dei due voleva leggere.

- Vado in bagno a lavarmi, - e si alzò dalle sue gambe con la gonna che le scivolava giù  fino alle caviglie. Non disse altro ma in quella voce lui scorse un’incrinatura sconosciuta, un tono disperato che sapeva di pianto. E tutto fu.

Trascorsero circa una quindicina di minuti prima che lui la chiamasse: non si era mosso dalla sedia, aspettandola voleva dirle che forse sarebbe stato meglio davvero finirla. Ma non se ne sentiva la forza ne il coraggio, è così come le ultime due volte che era venuto a trovarla con l’intenzione di chiudere quella storia, si rendeva conto di amarla sempre di più e sempre di più di non poterne farne a meno.

La chiamò un’altra volta e quando non ottenne risposta si diresse verso il bagno.

Lasciò la cucina e  la prima cosa che notò nel corridoio fu la  porta dell’ingresso aperta, socchiusa dinnanzi all’altra porta del bagno.

Come in un brutto sogno la richiamò con una flebile voce apprensiva.

Il suo nome echeggio inutilmente tre quattro volte senza raggiungerla.

Aprì  lentamente la porta del bagno ma di lei nulla.

Diede per  scrupolo una veloce occhiata nelle uniche due stanze dell’appartamento, aggirandosi furtivo come un ladro che bisbiglia vanamente il nome del complice scomparso.

Non c’era più. Aveva aperto la porta e se n’era andata via lasciandolo lì.

Solo.

Ma dove era andata? Dove era fuggita?

E perché innanzi tutto?

La gola gli si fece arida, gli si piegavano le gambe mentre il pavimento sembrava vacillargli sotto i piedi.

Dove te ne sei andata? Perché…?

Ritornò alla porta d’ingresso rimasta aperta. Si affacciò sulla rampa di scale, ma sotto non c’era e chiamarla sarebbe stato inutile.

Scese le scale di corsa affacciandosi fuori dal portoncino.

Dove ti sei cacciata, imprecò cercandola là fuori.

Un micio miagolò da un balcone sovrastante colmo di gerani di un verde assoluto.

Un signore lo scrutò con diffidenza mentre uscì dal portone di fronte, osservando quell’uomo  sconvolto che si guardava in giro parlando da solo.

Tornerà si disse. Tornerà.

Salì di sopra con la paura di essersi tirato la porta dietro.

 Doveva restare calmo, sarebbe tornata, si disse mentre riprendeva la bottiglia di schotch per dar sollievo alla bocca che sentiva come carta vetro.

Non doveva farsi venire il panico.

Tornerà!

L’orologio a muro segnava quasi l’una, avrebbe dovuto già essere ad aspettare il vaporetto che lo avrebbe condotto alla stazione. Pensò subito di chiamarla con il telefonino ma mentre componeva il numero con la coda dell’occhio si sentì investito dalla paura: la sua borsa era sopra lo sgabello e dentro c’erano sia il cellulare, sia il portafoglio. Cominciò davvero a preoccuparsi.

Fumò e bevve molto.

L’aspettò ancora per molto tempo.

Perse il suo treno e con esso la percezione del tempo. Il pomeriggio stava decadendo in una sera dove uno strano vento malefico soffiava con crudeltà attraverso le finestre. Lei non era ancora tornata, ma sarebbe tornata da un momento all’altro…era stato solo un colpo di testa il suo, lei non era la tipa da sparire così. Mai  c’era stato in passato un solo segnale d’incoerenza, mai un serio capriccio, mai la sola minima traccia d’invadenza, mai un segnale d’allarme che le alterasse l’immagine serafica ed equilibrata che la distingueva dalla maggioranza delle altre donne che aveva conosciuto.

Ma allora come aveva potuto aprire quella porta abbandonandolo senza un perché? Come poteva accadere che di tutto quel loro amore alla fine restasse solo una porta aperta in un buco nero?

Non ce la faceva ad alzarsi, era come se fosse sotto un incantesimo dove solo il ritorno di lei avesse potuto risvegliarlo. Nient’altro poteva destarlo da quell’oblio, né il pensiero che sua moglie lo stesse

aspettando né il fatto che ormai quell’amore d’adultero venisse allo scoperto.

Forse doveva andarla a cercare, avvertire la polizia, gridare al vento il suo nome correndo tra i canali, attraversare ponti, buttarsi in mare nuotando tra le isole lagunari finché esausto si sarebbe arreso ai flutti, sì così… come forse avrà fatto lei.

Perché è questo che fanno le donne tristi e sole, no? Non era vero che annegarsi per amore apparteneva di diritto alle donne dolci e disperate?

Il pacchetto di sigarette era vuoto, la bottiglia anche. La cucina era soffocata in una spettrale oscurità tragica.

Non era più un uomo era diventato una statua seduta su di una sedia. Una cariatide sgomenta.

Solo quando venne sera, quando il buio derubò i colori  della città e il vento parve placarsi, lui ebbe la forza di uscire fuori.

Camminò, fece molta strada tra il silenzio della notte. Non c’era foga, ma solo passi da sonnambulo. Era come stare dentro un sogno. Respirava quell’incubo movendosi come un‘ombra in un mondo di ombre. Camminando ricordava la sua  voce, il suo profumo, il  suo dolce sorriso da creatura evanescente. La sua timidezza d’altri tempi. 

Gettava occhiate veloci tra i vicoli, nei canali, nelle scalinate delle chiese, nei rari vaporetti semivuoti che lasciavano il Canal Grande per le ultime corse, cercandola con il solo desiderio di abbracciarla per prometterle davvero quella vita insieme. Solo struggendosi poteva lasciare che il suo corpo si anestetizzasse ignorando la stanchezza, poiché quel che doveva essere una  disperata ricerca diveniva ad ogni passo la  ricerca vana di un fantasma.

Era come se fosse finito in un labirinto, le calle si assomigliavano tutte, perdersi era inevitabile quando il labirinto si delineava nei meandri dell’angoscia.

In giro non c’era più nessuno, uomini e imbarcazioni erano svaniti come se mai fossero esistiti.

Il cuore batteva furioso come pugni sul muro.

Gli occhi bruciavano nel sale della disperazione.

Pareva tutto finito lì come  alcune di quelle  strade che finivano direttamente nei canali.

L’aria sembrava gelida. Tutto appariva cupo, minaccioso. Un cimitero in mezzo al mare.

In sottofondo echeggiava il rumore tetro di tacchi contro il marciapiede con un suono triste, come di  un affrettarsi verso un rifugio oppure una fuga da se stessi.

Se si era perso, si ritrovò finalmente  al di fuori di quel labirinto di strette calle incontrando la laguna che pareva verniciata di un nero brillante.

Era tardi, tardissimo, e quando infine si sedette stremato su di una panchina vicino al pontile che conduceva a Torcello, chiuso e illuminato da due lampioni, sprofondò il viso tra le gambe e tappandosi la bocca con le mani intuì  quel che lui aveva saputo fin dall’inizio. Fin dal primo giorno chi si conobbero intuì che in quella donna c’era qualcosa di indefinito come una figura collocata fuori dal tempo e dalla realtà, marchiata inevitabilmente verso una fine tragica.

Pianse a lungo, pianse per lui e per lei, pianse perché non aveva compreso niente, pianse perché sapeva che mai più la sua vita sarebbe stata quella di una volta.

Precipitare senza mai schiantarsi, ecco cosa gli riservava il domani.

La colpa, se di colpa potesse trattarsi gli gravava nel petto. Avrebbe dovuto prendere delle decisioni, avrebbe dovuto essere onesto con la donna che non amava più e che l’aspettava in un’altra città così come avrebbe dovuto dichiarare che amava l’altra donna che era scomparsa.  Ormai era tardi per ogni cosa.

Non c’era alcuna uscita da quel labirinto, nessun chiarore…nessuna speranza. Era come entrare da un labirinto all’altro.

Tutto ciò che la vita gli aveva dato ora gli veniva tolto con ferocia.

Il cielo tra poco sarebbe rischiarato, la laguna era una pozza di luce perlacea. L’unico suono era quello smorzato del mare, dell’acqua che batteva a ritmo contro i grandi piloni di attracco.

E poi.

E poi in  lontananza il suono della sirena di un  motoscafo della polizia lo raggiunse trasportato dal vento, e solo allora ebbe la certezza di averla persa per sempre.

 

 

 

 

                                       FINE

 

 

 

                                              

                                            3 -         E’   FINITA

 

 

Nessuno sapeva niente di lui, nessuno poteva mai scoprire nulla di lui perché nemmeno lui sapeva nulla di sé. Una volta aveva creduto d’innamorarsi di una donna per scoprire poi che si era innamorato solo dell’amore che lei le trasmetteva contagiandolo irrecuperabilmente. Lui era un

uomo comune a vedersi, se non per la luce  di quegli occhi che, molti giuravano, cambiavano colore a seconda dei momenti: c’era chi li vedeva annegati in un grigio di mare che assorbe un cielo di novembre, chi marroni come la terra secca al sole, chi gialli e color del miele  delle fate, chi neri come gli abissi ma caldi e rassicuranti che a volte mutavano in strisce di sfumature variegate che occupavano la pupilla come caleidoscopi. Eccetto questa nota inconsueta, lui era per tutto un uomo comune e appunto di una sua storia comune vi voglio raccontare, accantonando le molteplici strane storie che mi hanno tenuto sveglio per notti intere cercando di dargli un senso, esaurendomi in conclusione che  in questa vita l’unico senso era il senso che ci dava ognuno di noi.

 

Era un pomeriggio come tutti i pomeriggi di una città all’imbrunire, sconvolta dal traffico, da suoni e fumi di scappamento di auto che s’intrecciavano e scorrevano per vie e corsi come cani rabbiosi.

Cominciava a fare freddo e tra un’ora la donna e l’uomo si sarebbero probabilmente separati per sempre. Il locale era caldo e dalle vetrate si notavano accendersi le prime luci nella strada dove di tanto in tanto della gente compariva frettolosamente come fantasmi persi in labirinti senza via d’uscita. L’uomo e la donna sedevano in un tavolino, nessuno dei due ancora si decideva a parlare.

Un cameriere chiese cosa desideravano: entrambi ordinarono un te caldo al limone.

Lei appariva ancora più bella di quegli ultimi due anni d’amore clandestino, notò l’uomo con la dolce amarezza di chi sa che quella storia sarebbe finita lì.

- Cosa hai fatto in queste sere che non ci siamo sentiti? – chiese la donna togliendosi la giacca di velluto e deponendola sulla spalliera della sedia libera.

- Nulla, - mentì lui sentendosi sporco perché due sere prima era uscito con un’altra solo per accorgersi con disperazione di quanto lei fosse davvero insostituibile.

- E secondo te dovrei crederci? -

Il cameriere portò su un vassoio una teiera e due tazze di porcellana bianchissima. Posandoli sul

tavolo  guardò con una confidenza elegante quella coppia che aveva servito molte volte, intuendo dalla gravosa atmosfera che forse quella era l’ultima volta che le vedeva. Era un peccato perché in

loro ci aveva trovato una sorta di speranza verso l’amore.

Versandole del te nella tazza lui le disse :

- Sembra  che sia finita per davvero, no? -

- Pare proprio di sì. -

La mano di lui tremò un po’ nel posare la teiera, non perché si aspettasse un ripensamento ma

perché preveniva di già quel dolore di non poterla vedere e amare mai più.

- Non sarebbe potuta durare e questo lo sapevamo e poi tu eri il primo a ricordarmelo, non è così? -

Accendendosi una sigaretta l’uomo guardò oltre di lei verso un vaso di fiori sopra un lungo tavolo

al di sotto di un quadro di una riproduzione di Picasso, chiedendosi come mai il proprietario avesse avuto il cattivo gusto di mettere in risalto una delle opere più angosciose dell’artista spagnolo.

- Sai, non ho mai fatto caso a quella riproduzione di Picasso. Era lì e non mi sono mai soffermato. -

Per un attimo lei apparve infastidita da quella digressione, ma si voltò per incontrare la riproduzione

originale di Guernica con tutta la sua espressione di sofferenza e confusione che raccontava la guerra di Spagna.

- Sembra in tema con noi. -

- Non ci abbiamo mai fatto caso forse perché eravamo troppo presi uno dall’altra. -

Un’ombra di malinconia le passò davanti agli occhi mentre si portava la tazza sulle labbra.

- E’ bollente! -

- Lascialo raffreddare. -

- Sono troppo triste confusa e affaticata per essere serena con te e l’amore, - disse la donna sfiorandosi con il dorso della mano una palpebra in un gesto che lui aveva sempre segretamente

amato.

- Cosa vuoi che ti dica. – disse l’uomo alzando le spalle e il mento in segno interrogativo.

- Beh, perlomeno che ti dispiace. -

- Sai come la penso, quando qualcuno ha un’idea e poi trova la forza di dirtela, ogni parola sarebbe vana per farle cambiare idea – disse tutto questo senza il coraggio di guardarla in faccia, guardava sempre quel quadro di Picasso perdendosi nell’assurdo pensiero di domandarsi cosa avesse fatto

l’eccentrico artista la sera dopo aver finito quell’opera.

- Perché non mi guardi negli occhi? -

- Se ti guardo mi resterai ancora più di dentro. Non voglio stare male più del necessario,- disse sorridendole e quando sorrideva in quella maniera disarmante i suoi occhi erano lucidi e strani come se riflettessero gli occhi stessi di chi li guardava.

- Sei terribile. -

- Ero, specifichiamo, ero terribile e tu lo sai che non potrò più esserlo. -

- Non con me…ma con le altre sì! -

- Non sarà la stessa cosa. E’ un peccato che tu ti stia sacrificando così…-

- Credimi, sto facendo la cosa più giusta non solo per me ma anche per te, io sono sposata e ho due figli piccoli e non immagini nemmeno come sono tesi pure loro  per via della tensione che respirano in casa. -

- Questo lo sapevamo anche prima, - disse lui.

Lei non rispose e riprese a sorseggiare il te prendendo la tazza con entrambe le mani.

- Ti stai separando da tuo marito però. Pensavo che finalmente potevi sentirti libera; libera, così come dicevi fino a pochi giorni fa, libera di amarmi alla luce del giorno. -

- Ho riflettuto parecchio… -

- E ti sei persa. -

- Appunto per questo ora mi sembra più giusto starmene da sola e pensare a crescere i miei figli.-

- Tu mi lasci solo perché sei terrorizzata…hai semplicemente paura ed io rispetto questa paura. Posso cercare di capirti ma non chiedermi di condividere questa tua decisione. -

- Io ti amo ancora ma non posso permettermi il lusso di nessuna distrazione che possa compromettere i miei bambini…sono piccoli e proprio ora hanno bisogno di me, - ammise con una fermezza che lui non le aveva mai visto. Ammirandola da una parte e detestandola dall’altra.

- E’ solo un peccato lasciarci così, io penso che le cose debbano esaurirsi e tu sai benissimo che le cose tra noi due non erano per nulla esaurite, anzi! – disse l’uomo ritornando con lo sguardo sul quadro di Picasso.

- Sei stato la persona più speciale che io abbia mai conosciuto e sono certa che non incontrerò mai più nessuno come te. -

- Si dice sempre così in questi casi? -

- Non fare lo stupido…tu sai che sono parecchie notti che non dormo? -

- Mi dispiace…prova con qualche goccia di Lexotan. -

- Vorrei scomparire e buttarmi nel fiume…te lo giuro. -

- Ma non puoi farlo! Se non sbaglio hai due figli…è un controsenso il tuo, lasci me per loro e poi vorresti farla finita, fa ridere,no? E  poi chi ci guadagna ?-

La donna sorrise tormentando con le dita la bustina dello zucchero accanto al piattino della tazza.

- Comunque avevo ragione io quando ti dicevo che in amore le parole non servono a nulla…sono solo parole che riempiono vuoti. -

- Cosa c’entra questo! -

- Ti parlo da uomo ferito e lasciato, me lo permetti? – ribatté pensando se nella parete sopra il suo letto quel quadro ci sarebbe stato bene. Poteva provarci visto che i giorni che gli si paravano dinnanzi sarebbero stati in sintonia con l’angoscia  del dipinto.

- Si sta facendo tardi, alle sette e mezza la baby sitter deve andare via. -

- Sono appena le sei e venti e in questi due anni  non ti ho mai fatto ritardare anche quando sbattevi i piedi per terra che non volevi più andartene via. O quando ti spingevo fuori dalla mia macchina staccandoti da me implorandoti che era tardi. Ed era tardi sempre per te. -

La bustina dello zucchero si lacerò tra le sue dita riversando i granelli brillanti e bianchi sulla tovaglia rossa del tavolino.

- Accidenti! -

- Lascia che ti aiuti-

- No faccio da me, uffa! -

Lui ritornò al quadro come se quella rappresentazione di dolore lo richiamasse a condividere ogni sua minima espressione di drammaticità. Braccia alzate al cielo, profili di donne disperate, tori e cavalli distorti relegati ai tre unici colori: bianco, nero e grigio.

- Chissà chi era la donna che dormiva nello stesso letto di Picasso ai tempi di quel quadro ? -

- Ne ha avute tante se ben ricordo. -

- Lui era un uomo solo malgrado tutto è un uomo solo non lo si può giudicare. -

- Per caso ti ci ritrovi? -

- Forse un po’…avevo letto su di  un libro che lui diceva che senza solitudine non si può fare nulla e che alla fine si era creato una solitudine che nessuno sospettava. -

- Sa di disperazione e questo spiega perché le donne che gli sono state a fianco non siano mai riuscite a farsi amare e amarlo senza ossessioni. -

- E’ il prezzo del genio e per ogni cosa bella e preziosa c’è sempre un prezzo da pagare e più a valore e più il prezzo sale. – disse l’uomo pensando che il loro conto da pagare per quei due anni di passioni e meraviglie  sarebbe stato molto salato per entrambi, dilazionato negli anni come per ricordargli per l’eternità la rarità della loro storia d’amore.

- Tornando a noi, spero che capirai…è meglio finirla ora. -

- Finirla ora…prima che si ammorbi ?-

- Prima che le circostanze saranno del tutto contro di me, prima che tu mi lasci per un’altra, magari più giovane, non sposata e senza figli.

- Tu lo sai che tra di noi c’era una specie di magia? Gli stessi sogni che facevamo di notte, il nostro incontro che nessuno dei due era in condizioni  di mettere in pratica, e perlopiù nessuno lo voleva tanto eravamo presi dai nostri problemi, l’energia dei nostri corpi quando ci amavamo senza capire perché non riuscivamo mai a fermarci… -

- Non dire così! -

- Va bene…contenta te? -

- Io sono convinta e so che non avrei più tanto tempo da dedicarti una volta separata da mio marito e so benissimo quanto sei pretenzioso.Quante volte mi hai ricordato che stavi con me solo fino a quando ti davo tutta me stessa e che se fossi cambiata mi avresti lasciata .  Io starò già male per i fatti miei e non vorrei poi avere anche il cuore spezzato dalla delusione che mi lasci per un’altra. Scusami ma preferisco così. -

- Stai esagerando e sai benissimo che non ho mai avuto intenzione di farmi una famiglia. Penso solo che è un peccato perdersi quando due persone stanno così bene insieme. E tu ti fasci la testa prima di rompertela. -

- Io rischio i miei figli se qualcuno ci scoprisse, capisci? C’è andata troppo bene fino ad ora e non so quanto la fortuna stia ancora dalla nostra parte. -

- Ma ti stai separando se non sbaglio e tutte queste cose te le ho sempre messe davanti io se ben ricordi. -

- Ti apparirà assurdo lo so, ma prima non mi sentivo così responsabile. Ora che sarò sola i miei bambini potranno contare solo su me stessa e non vorrei mai che un giorno mi rinfacciassero che ho lasciato il loro padre per un altro. Loro  ci devono perdere il minimo possibile dalla scelta che i loro genitori hanno preso. -

- Capisco, magari proverò ad aspettarti…quando i tuoi figli cresceranno… -

- Non vorrei mai questo da te…e poi conoscendoti, figurati? Te? –

- Chissà? -

- Dal mio punto di vista non ho scelta, anche se non ho smesso per niente d’amarti. Perdonami. -

Lui si alzò dalla sedia si mise la giacca di pelle di nera e andò a pagare il conto passando davanti al Guernica di Picasso. Lei lo seguì senza parlare.

- Come ti senti ? – disse la donna una volta fuori dal locale.

- A volte è meglio non sentire e non vedere, ma mi sento bene. -

- Allora buona fortuna -

A te di più, - scherzò lui, poi seriamente le prese il dorso di quella mano che aveva sempre amato guardare e lasciarsi accarezzare e la baciò, finché la vide andare via per sempre, leggera come sempre, verso il posteggio dei taxi di sempre,senza voltarsi come abitualmente faceva

di solito, reclinando il capo e sorridendogli come solo lei aveva la magia di saper fare.

- Sto bene, - si disse piano e salì nella sua auto.

                                                                                                                                                                                                         

 

 

 

                                   FINE

 

 

 

           4         Alfio Catania

 

                     Le pagine strappate

 

 

 

Avevamo appena finito di cenare. Una di fronte all'altro. Volevo ritardare il più possibile l'insorgere della sua tempesta emotiva che sentivo risalire in lei come nebbia in una vigna.

Dissi qualcosa tanto per spezzare quel silenzio che era calato improvviso; avrei potuto alzarmi e sparecchiare, se non che il rumore di tavole sparecchiate mi faceva ricordare estati lontani e malinconiche. Poi lei parlò mentre stavo per alzarmi dal tavolo per andare ad abbracciarla.

- Vorrei che ogni cosa mi scivolasse addosso senza lasciare traccia: fatti, parole, azioni, emozioni potrebbero esistere senza creare in me il minimo turbamento, la minima reazione, il minimo dolore o sconcerto. E questo mi permetterebbe di vivere senza pensare troppo, senza piangere e forse senza ridere. Ma ne varrebbe la pena...mi salverebbe dal non poter piangere quando vorrei e dal dover ridere anche quando le ferite del cuore sono così profonde da farmi desiderare di non esistere.
Ecco...vorrei essere inaccessibile, incorporea, immaginaria - Mi disse volgendo lo sguardo a terra. Quelle parole mi avevano incrinato e manomesso qualcosa dentro. Lasciai la forchetta con cui tormentavo gli avanzi del cibo naufragati in un piatto troppo bianco. Per la prima volta in tutta la mia vita seppi cosa volesse dire davvero volere bene ad una persona.

Le presi la mano e l'invitai con me lasciando quel tavolo apparecchiato grondante della luce soffusa del cerchio di candele che avevo preparato per la nostra cena.

Eravamo così vicini che sentivo il suo sangue irrorarle ogni arteria.
- Capisco cosa vuoi dire, lo capisco...ma ora dormi e sogna! Ma prima guarda fuori da questa finestra e dimmi cosa vedi. -
- Vedo una notte...e la vedo triste e malinconica. Sarebbe più facile morire che vivere ed io cosa mai potei rispondere dinanzi a quella verità, dinanzi a quella notte buia dove in lontananza vidi l'occhio ciclopico e luminoso di un tram solitario scivolare traballante su binari come cicatrici sull'asfalto.

Cominciò a piangere...piano piano con una grazia che mi eccitò nel solo pensiero di confortarla, di dirle con gli occhi che c'ero e che il suo dolore era il mio. Dal suo collo saliva la dolcezza di profumo ambiguo di dolore e speranza.
- Abbracciami -
L'abbracciai e le sue lacrime che le rigavano il viso scivolarono sulle mie labbra come un nettare un po’ salato.
Nella penombra mi vidi allo specchio, le mie braccia strette sulla sua schiena, un batuffolo, una vita che mi pulsava...e intanto pensavo:
dopo le cingerò le spalle con le mie braccia. Cercherò di mantenermi calmo, di controllare il ritmo del respiro perché lei non colga l'eccitazione che mi stravolge.
La tirerò su, sostenendola, perché le sue gambe non ne avranno la forza.
L'adagerò piano sul letto e coprirò le sue spalle con una coperta. Le spalle, solo le spalle.
Lascerò invece liberi i suoi fianchi perché nessun peso possa gravare sulla sua carne delicata e perché io possa bearmi della vista della fitta trama di ghirigori e parole che le avrò disegnato sulla pelle bianca. Poi la tormenterò di piaceri e di eccessi e lo farò, lo farò, assorbirò quel nulla che sente per farlo mio. Cucirò la sua anima e tenterò di erigere terrazze di giardini.
Adagerò la sua testa sulla mia spalla, abbracciandola, assorbirò le vibrazioni dei suoi sussulti e dei suoi tremiti.
Lascerò che la sua vergogna le scivoli via dagli occhi in gocce salate, ed allora potrò nutrirmene passando la lingua e le labbra sul viso scosso, come mi sono nutrito dei suoi gemiti e delle sue urla.
So già quanto sarà difficile aspettare che i singhiozzi si plachino, ma avrò pazienza fino a che, avvicinandosi al mio orecchio, riuscirà a dirmi, in un sussurro qualunque cosa eccetto il suo nome.

Invece quando accadde l'inevitabile e il suo cuore mutò dalla precedente tristezza al malinconico torpore del dopo amore, mi raccontò un sogno che aveva fatto un paio di giorni fa. Si aggiustò il cuscino sotto il capo e guardando fissamente il soffitto disse:
- Oggi ho sognato che mi trovato seduta accanto ad una finestra in una stanza con un grande letto a baldacchino. Sei entrato, ti sei spogliato e ti sei disteso sul letto. Io mi sono sdraiata accanto a te, ti ho preso la mano ed ho iniziato a cantarti una canzone, sul tuo viso scorrevano le lacrime. Finita la canzone mi hai lasciato la mano, ti sei alzato, rivestito e sei uscito lasciandomi una pozzanghera e un desiderio terribile di te. -

- Un posto accanto a te è un lusso - le dico rapito da quella voce morbida e assediandola senza assedio, aggiunsi: - Diventiamo dei senza nome - sussurrai piano baciandole un angolo di labbra mentre dal divano dove eravamo stretti caddè un libro.

- Ops c'era un libro, - mi fece notare staccandosi dalle mie labbra.- c'era e l’ho fatto cadere. -

- Non preoccuparti... stavo finendo di leggerlo...era lì da settimane. -

- Ho freddo! - esclamò abbracciandosi la sua nudità come per proteggersi.

- Stai lì. Vado a prendere una coperta. -

Quando tornai mi chiese un favore. Aveva in mano il libro che era finito a terra.

- Vorrei tanto che tu mi leggessi quello che stavi leggendo. - mi implorò stringendosi la coperta addosso.

- E' un libro di racconti brevi.- dissi infilandomi accanto a lei, così strettamente che sembravamo una sola creatura.

- Allora scegliamone uno a caso. -

- Chiudi gli occhi e scegli una pagina a caso. -

- Ecco qui...- e ubbidendo con una mano sugli occhi e l 'altra libera fece la sua scelta.

- Va bene, ti leggerò questa! Non lo avevo ancora letto questo racconto, sai? e cominciai:

Se davvero succedesse che in un gioco di chiaroscuri ti immaginassi seduto e assorto a individuare cosa dai per scontato, ti spaventeresti e sedendoti rifletteresti...il respiro che espelli lo dai per scontato, ignorando che espelli anidrite carbonica, se ti soffermi verso le tue dita che tengono una matita come Amleto guardava il teschio di Yorik è facile che la stringerai maggiormente, vedendo i tuoi tendini dell' avambraccio gonfiarsi come ramificate pennellate di grigio e blu.
Che luce impietosa e che suoni sommessi avvertirai guardandoti attorno con le pupille piene di un nostalgico ricordo di lame di luce solare memore di un giorno di un fine luglio qualunque. Si da per scontato anche l 'amore, ma l 'amore è come un rumore di passi in corsa lungo corridoi di vecchi alberghi di luci soffuse, marmi e profumi di arrivi e partenze....

- Vuoi che vada avanti o che mi fermi qui? -le domandai voltandomi verso lei dove a pochi centimetri dai miei occhi splendevano due occhi grandi da bambina smarrita.

- Si ti prego, continua per favore. -

Non farla andare via trattienila e senti sotto i tuoi polpastrelli il tum tum, il battito urgente delle sue vene ...un uccello manda un richiamo all'alba...o al tramonto...non accellerare la corsa, non dare nulla per scontato. Si può decidere di emettere un urlo e soffocarlo appena sale. spolverare verità trafiggerà chiunque - Cosa fai domani? -
- Disimparo ciò che so -
- Ti viene bene? -
- Faccio delle cose e poi non so manco se le faccio giuste -
- Perchè farle allora? -
- Perchè mi è piu facile farle che non farle -
- Non ti seguo piu'! -
- E' una notte che cammino ed ora sono stanco -
- Se vuoi mi alzo e ti faccio un caffè -
- No grazie: domani devo alzarmi presto e vorrei dormire -
- Come vuoi -
Due ore dopo il cielo si aprì in due e finì il mondo.
Due ore dopo lei fece le valige e lo lasciò li per sempre -
Due ore dopo giunse la notizia che in un'altra nazione brillò una grande bomba che pareva un fungo.
Due ore dopo lui si accorse nel bel mezzo della notte, che quella donna che gli stava accanto non era quel che credeva; ovvero una perfetta sconosciuta con cui aveva condiviso quasi un decennio - capì che lei era tutto ciò che un uomo desidera. Mentre la baciò nel sonno, piano piano si promise di non dare mai nulla per scontato.
Due ore dopo dormivano, aspettando un altro carnevale o l'acqua dalla luna.

- E' finito! - esclamai chiudendo il libro.-

- Sarebbe bello invecchiare con te. -

Rimasi senza parole. Mi aveva detto una cosa bellissima che riuscì a commuovermi.

- Il racconto è bellissimo. Grazie per avermelo letto, davvero grazie. - Poi fece una cosa che lì per lì restai di stucco: prese il libro dalle mie mani e strappò le due pagine che lo contenevano.

- Così ora è mio più che mai. - disse stringendosi le pagine sul seno che le usciva dalla coperta.

Quel gesto e in quelle sue lente parole potevo interpretarle in mille modi, ma pensai solo al rumore di quelle due pagine che venivano strappate.

La guardai come si guarda un neonato dentro una culla, pensai ai neonati con quelle faccine da vecchi aggrinzite e rosee, neonati dalle espressioni contrite e stupefatte. Chissà lei com'era, chissà quale fu la sua prima parola, chissà come reagì il suo primo giorno di scuola. Ora eccola qui, trasformata in un'altra creatura, nuda come quel suo primo giorno che venne al mondo, spaesata come allora e sola come allora.

- Le hai strappate, - mi fuggì senza rimprovero dalle labbra.

- Un mese fa un'indovina mi disse che se avessi rubato delle parole da un uomo, quell'uomo sarebbe stato per sempre mio. -

- Anche questa è una bella storia se esiste il per sempre, - obbiettai sfiorandole con i polpastrelli una spalla scoperta.

Improvvisamente lo strillo acuto di un telefono spezzò l'atmosfera. Era un squillo paranoico da sommergibile in avaria. Era molto tardi e poi il mio telefono l'avevano in pochi: pensai subito ad una cattiva notizia irrigidendomi. Ci guardammo quasi con imbarazzo per alcuni secondi prima che mi decidessi ad alzarmi e cercare quel cordless.

- Pronto? - risposi in piedi contro la parete della cucina: i piedi nudi sul parquet. Nudo alle tre di notte con il cuore in gola nel chiedere chi fosse con una voce che stentava di contenere ansia e paura.

- Pronto? - insistetti conscio che c 'era qualcuno in linea. Poi sentii il click della linea interrotta seguito dal suono d'abisso dell'etere. Ebbi freddo e ritornai con il cordless nel divano.

- Non mi hanno risposto, avranno sbagliato numero. Io ho sete vuoi qualcosa da bere? -

- Sarà stata l'indovina! - esclamò mentre mi infilavo una maglia. Sorrisi e aprendo il frigo presi del succo d'ananas per lei e per me.

Portai da bere e bevemmo di nuovo vicini nel divano, questa volta seduti con la coperta sulle spalle. Sentivo un disagio profondo come se quella casa fosse stata ad un tratto del tutto inospitale ed estranea. C'era una luce cupa...le candele sul tavolo stavano agonizzando: l'unica luce era quella di una lampada a stelo in fondo alla stanza. Era stata quella telefonata a incupirmi.

- Mi piace casa tua! - disse come per confutare quel che mi passava per la testa.

- Trovi? -

- Sa di te...e poi la sento viva. -

Non le dissi dei morbosi pensieri che mi assediarono riguardanti quella casa. Non le dissi che in quella casa vent'anni fa si era impiccato un tizio nello sgabuzzino di là, non le dissi che le prima volte che andai in quella casa mi pareva di sentire un solitario grido strozzato provenire dallo sgabuzzino. Oppure di certe notti insonni dove alle tre in punto mi svegliavo sempre di soprassalto come per fuggire da un cattivo sogno.

- Una volta avevo pure un gatto. Poi è scappato e non l'ho più trovato, - mentii senza accorgermene: era un gatto persiano poi una volta lo vidi mangiare un topo a casa di una mia fidanzata che viveva in campagna e da allora non lo volli più con me. Mi faceva schifo e benchè fosse nella sua natura, mi ricordavo ancora come lo sbranò macchiandosi di perle di sangue i baffi e il muso coperto da quella soffice peluria bianca e grigia e di come mi guardò con gelidi occhi azzurri mentre lo sorpresi in un angolo di un sottoscala. In quel momento ricordai e compresi perchè il gatto nel medioevo era visto come il compagno silenzioso del diavolo.

- In molti paesi italiani, al mattino si benedicono gli animali e si preparano cataste di legna che al tramonto si accendono. La gente cerca di portarsi a casa un po' di cenere o qualche resto di tizzone per preservare stalle e animali da eventuali sciagure. - mi erudì ed ebbi di nuovo la sensazione che quella donna che conoscevo da così poco potesse leggermi senza malizia nei pensieri e giocarci pure. Forse era una strega.

- Non hai sonno? - mi chiese finendo di bere il succo d'ananas, - Forse è ora che me ne vada via, chiamo un taxi mentre mi vesto. -

- Non ti fermi qui? -

- Sarebbe la prima volta che dormo con te, - mi fece notare strofinandosi o asciugandosi le labbra dopo aver posato il bicchiere sul tappeto.

- Non ti fa piacere? - domandai pregando che si fermasse perchè per la prima volta in tutta la mia vita da quarantenne desiderai davvero di finire quella lunga notte in compagnia. Un po’ per l'ansia che ancora mi pesava sul petto e un po’ perchè mi piaceva la sua compagnia.

- Volevo confidarti una cosa prima. -

- Cosa? -

- Da quando ci conosciamo avremmo fatto l'amore direi per cinque o sei volte, ti sei accorto che ogni volta che accade sembra che le nostre vite, i nostri pensieri e memorie si mescolino tra loro? -

- In che sensa scusa? -

- Nel senso che possiamo come leggerci dentro, in profondità ...è come se ci parlassimo con la testa alla fine. Come se la carne tramutasse in energia decodificando i pensieri con l'orgasmo. -

Era una strega pensai, una dolce e inconsapevole strega o fata di un bosco sacro.

- Ho avuto anche io questa sensazione poco fa - specificai guardandomi le caviglie bianche in netto contrasto con il blu del tappeto e il blu della coperta.

- Chissà…. - esclamò sorridendo sporgendosi a guardare quel che guardavo io con la testa giù lungo i miei piedi scalzi.

- Che devo fare perchè tu mi ami?- gettò li a bruciapelo e sorridendo si gettò nelle mie braccia sorprese da quello slancio inaspettato.

- Comincia a fermarti qui stanotte e domani dormiamo fino a tardi anche se si lavora, ti va? - proposi d'istinto indugiando sui suoi occhi nero fumo.

- Resto solo se nella tua casa domattina entrano le nuvole a svegliarci, - rispose stringendomi di più fino a farmi mancare il fiato.

- Si..si ..si , - annuii in quella morsa d'amore, riuscendo ad aggiungere: - tutta la stanza sarà piena di nuvole come se fossimo in cielo. -

- E se ci fosse bel tempo? - esclamò perplessa allentando l'abbraccio.

- Tirerò fuori dai cassetti tutte le lenzuola bianche che ho e le stenderei qui dentro, dappertutto come macchie bianche ... -

Per tutta risposta mi baciò delicatamente sulle labbra. Il suo sorriso che tanto amavo e mi riscaldava le svanì. Raccolse i piedi sul divano e si abbraccio le ginocchia: i lunghi capelli le cascarono coprendole il viso appoggiato sulle gambe. Stava ritornando ad essere un po triste o forse semplicemente era nella sua natura malinconica non molto dissimile dalla mia.

- Qualcosa non va? - le chiesi scostandole i capelli dal viso per accertarmi che non stesse piangendo.

- Portami via con te e non fare ciò che gli altri hanno sempre fatto con me. Non tradirmi mai e se dovessi farlo dimmelo subito. Ti chiedo solo questo se decidi di stare con me. - pronunciò solenne cercandomi con la mano. Me lo ripetè ossessivamente con una dolcezza tale da indurmi al delirio sotto il ritmo della sua mano calda, finchè come per uno strano sortilegio ebbi la certezza e la premonizione assoluta di invecchiare con lei, esaudendo quella supplica con la consapevolezza di aver finalmente trovato quel che cercavo fin dagli anni della ragione. Lasciai stare destino e fatalità e tornai piccolo mentre leggevo nei suoi pensieri che pure lei stava pensando la stessa identica cosa. Scivolava il piacere come argento colato, debolezza e struggimento filtrarono via da me in gocce e ruscelli. Dimenticai l'oppressione e le fosche nere ombre lasciatami da quella telefonata anonima.

Una delle due pagine strappate del libro era finita sotto il mio fianco..lessi Non farla andare via trattienila e senti sotto i tuoi polpastrelli il tum tum, il battito urgente delle sue vene mentre pure leggevo in lei che non avremmo avuto bisogno di nulla altro che noi stessi, non ci sarebbe servito nessun altro che noi. Non ci sarebbero state ore perse o porzioni da dividere di amore filiale o altro amore. Sarebbe stato facile esaudire i suoi desideri...sarebbe stato confortante confortarle quel senso di paura e timore di perdersi o di farsi male: come due passeggeri avremmo preso viaggio su di una nave senza pretese pronta per salpare chissà dove.

 

 

fine

 

 

 

                   5           ALFIO CATANIA

 

 

                                 SENZA DI ME

 

 

                                

Guardi dentro un pozzo e ti pare di scorgere riflessi d’acqua pigra, nera, metallica, come piombo fuso o come  il sonno di una creatura aliena  e viva.

Ti sporgi  in quella galleria stretta e verticale e ti assale un odore di terra bagnata. Se ti sporgi di più i tuoi piedi scalzi abbandoneranno l’erba fresca. Un pensiero puerile e stupido ti assale rapita a testa in giù dentro l’abisso: forse  dentro al pozzo in una remota notte d’estate ci cascò la luna e ti pare di scorgerne brandelli liquefatti galleggiare laggiù, ma forse sono solo detriti di fossili autunnali.

I gomiti nudi ti fanno male, scorticati dalla pietra e dalla calce del pozzo. Il cielo sopra di te non è cielo ma un lenzuolo turchese orfano di nuvole, ma non dalle numerose altissime rondini che  sembrano crocifiggere l’orizzonte. C’è un cielo che non osa spingersi giù fino al cuore di quel pozzo in mezzo alla campagna. Un corvo gracchia invisibile sotto le fronde di un albero poco stante dove tra le sue fronde rigogliose e verdi si intravedono basse e gibbose colline ondulate come un mare agitato.  Il frinire degli insetti riempie l’aria  e sembrano diventare assordanti rimbalzando dentro le pietre del pozzo. La cascata dei tuoi capelli ti sferza il viso e gli occhi immersi nel buio cunicolo pregno di odori forti. Ma sai che laggiù c’è qualcosa  di nascosto sotto quell’immobile specchio d’acqua: devi stare solo attenta alla minima variazione o percezione sottostante. Ti sporgi sempre più in un precario equilibrio e ignori la brezza provenire da nord e infilarsi impudicamente e languidamente sotto il tuo vestitino di cotone e fiori stampati.

Non ti passa per la testa della tua invulnerabilità, sola tra quella campagna,

anzi ti viene da piangere assalita dal vento della nostalgia finchè una lacrima si stacca dalle ciglia e precipita nel vuoto oscuro brillando nella caduta. Non vi è tonfo e se vi è non lo puoi sentire. Ora ci sarà qualcosa di te, laggiù, di tuo, di organico, per sempre, per l’eternità.

Senza di me è solo una goccia d’acqua salata. Non sarà una lacrima senza di me.

Barbara…

Barbara

Barbara

Un nome. Il tuo.

Barbaraaaaa

Ti pare di udire nel profondo… il pozzo chiama il tuo nome come una sirena mitologica chiamava nei suoi fluttui di morte i naviganti.

Ma è solo immaginazione, lo sai bene. La realtà è quella delle idee e il mondo concreto ne è solo una raffigurazione imperfetta – ricordi Platone, lì a testa in giù dentro il pozzo. Puoi precipitarci dentro e lenire una volta per tutte ogni dolore, oppure precipitare e ritrovarti tra le mura bianche di un’aula scolastica ai tempi del liceo.

 

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Odore di gesso e di antiche cartolerie, atmosfere opprimenti e di tempo che non passa mai…

Si può essere convinti di vivere in un mondo reale creato da un dio che, ipotesi delle ipotesi, ci vuol fra credere che viviamo in un universo che in realtà non esiste…

- …Cartesio ci tramandò – zitto Calciano! Altrimenti ti sbatto fuori – che l’unica cosa della quale possiamo esser certi è l’esistenza del nostro pensiero ma non quella del mondo fisico.

Cerchi nella memoria il nome di quel professore di filosofia e lo vedi la sotto, nel pozzo,e ti alza la testa con quella sua espressione grave e dotta, priva di una qualunque forma di sorriso e ti osserva dietro le lenti metalliche con due occhi vitrei e acquosi  come per rimproverarti di esistere ancora.

Invece Calciano, Roberto Calciano te lo ricordi bene: giocava a pallone nella squadra del quartiere e lo baciasti sotto un albero storto colmo di una fioritura prodigiosa in una giornata di vento che mulinava petali bianchi.

Calciano che fu bocciato quell’anno e di lui conservi solo questa visione di una bellezza struggente mentre vi baciavate sfiorati e sommersi da una pioggia di petali.

Provi a chiamarlo con un sussurro dentro al pozzo …Roberto….Roberto? Roberto…

Ma sono anni che non hai notizie di lui e per quel che ne sapevi lui era una testa calda e finì male dicevano chi pretendeva di conoscerlo.

Un brivido ti percuote e come per un effetto scenico  nuvole nere sbucate da chissà dove coprono a tratti il sole.

Tutto si  vela di ombre percosse da sprazzi di luce lattea.

I piedi  toccano l’erba del prato, filamenti di erba sfiorano piedi e caviglie. Guardi il cielo nel vento che si è levato, i tuoi occhi benché abituati all’oscurità del pozzo  ingoiano nel castano delle tue iridi quello spettacolo di nubi che sembrano grigi stracci lanciati  disordinatamente nell’aria . Stilettate di luce e ombre corrono lungo il prato. Un oppressivo silenzio  scosso solo dallo sferzare dell’erba  rende il paesaggio onirico e minaccioso. Il vestitino a fiori s’incolla sulle tue gambe, i capelli ti frustano un lato del viso mentre te ne stai lì in piedi ad ammirare questo stravolgimento del tempo.

Ti senti eccitata e apri le braccia socchiudendo le palpebre.

Sorridi e il vento ti entra tra le labbra e non ti chiedi  come mai, invece di cercare riparo a quel che pare trasformarsi in un temporale,  ti vengono in mente come in un dee ja vu frammenti di vite passate o brandelli di memorie letterarie…

 

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Come assalito da un fervore sovraumano trascorrevo la mia giovinezza nella scoperta del piacere…  amavo ogni donna che si concedeva a me  ovunque ne sentissi il desiderio anche  sulle amache nei caldi pomeriggi chiuso nelle camere in penombra tra i sudori della carne che friggeva.

Tali amori di fortuna evaporarono giorno dopo giorno  quando incontrai te e nelle furie dei nostri amori tribali l’oblio di chi ero e da dove venissi mi colse senza che me ne accorgessi, perché tu mio carissimo amore eri la marea che spazzava il mio passato di granitico seduttore…

ed ora...ricordi amore, segregati in quella stanza azzurra in quel posto di mare che poteva essere in quell’insenatura caraibica dove ti consumai d’amore …oppure in quel buio portone di quel palazzo dimenticato dove fosti tu a consumare me….oppure quando ti legai su quel letto dell’ultrasecolare governatore di quella  nazione assolata e ti amai maledicendo ogni mio altro e precedente amore per immortalarmi per sempre tuo

 …oppure ricordi  il sapore di quelle granite di frutti tropicali in quella veranda all’imbrunire …le tue mani di miele e salsedine accarezzavano i miei capelli da pirata  mentre io mi addolcivo anestetizzato beatamente dalle tue dolci ninnananne perso e cullato dalle tue carezze mentre la fisarmonica di un vecchio marinaio discendente da generazioni di bucanieri suonava nostalgico nel bar sottostante al nostro palazzo…

 e in quella musica che ci rapiva in quel buio della sera, nella fresca brezza che sapeva di  fiori mare e giungla ci perdevamo nei piaceri delicati e audaci , lì seduti nelle vecchie sedie di vimini tu chiudevi gli occhi e lasciavi la mia mano infilarsi sotto la lunga gonna a fiori...ed eri bellissima, così bella che da lontano un angelo smarrito ti  vide e raccontò nel suo mondo di due strane creature che s’intrecciarono  come edera sotto una luna di latte …

e forse tu mia amata avevi anche un piccolo tatuaggio sul polso..

un piccolo cuore blu tatuato e addolcito da quella musica lo vedevo muoversi dal tuo polso fino a trasferirsi nel mio…

Te lo ricordi questo?

Quando ti baciai con l’antico bacio che bruciava senza bruciare le tue labbra mentre tu mi chiamavi   “lo straniero dalla terra del sogno”...

Senza di me non sarei io…

 

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Un tuono lontano ti riporta in  questa realtà e ti ritrovi seduta con le spalle appoggiate sul pozzo di pietra. Odore di erba e di metallo fuso. Quel bel cielo blu di poco fa si è tinto di una scala di grigi freddi…sogni un sogno …così…tanto per appagare un alito di follia…, lì seduti nelle vecchie sedie di vimini tu chiudevi gli occhi e lasciavi la mia mano infilarsi sotto la lunga gonna a fiori...ed er