di Alfio Catania
Libro NARRATIVA 60 pagine
Copertina Morbida - Formato 15x23 - bianco e nero
Alfio Catania è nato a Torino, vive tra venezia e torino-
Ha pubblicato il romanzo Al di là del sogno, 1989 oltre vari racconti brevi per antologie di narrativa e poesia. Attualmente in attesa di distribuzione due nuovi romanzi:
Non mi senti - Prigionieri di una parentesi.
Finalista al premio Mer 1991
Tutti i diritti riservati -

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Racconto tratto dal libro Avamposti: dalla testa dalla carne dal cuore
ALFIO
Catania
LA LUCE DI QUEL GIORNO
Dopo metà
Agosto il cielo cambia e prende quella luce smaltata e tersa che ti
strappa il cuore; è quasi come ricordare qualcosa che ci sfugge oppure come
ricordare tutto e niente.
- Sei triste? – gli
chiese la donna.
Ci pensò su un
attimo e poi guardando altrove rispose :
- Non lo so nemmeno
io. -
Il campo non era
ancora affollato come sarebbe di solito avvenuto da lì ad un’ora.
Venezia d’estate non
gli piaceva affatto: troppa gente, troppo caldo e umidità.
Avevano fatto
colazione dopo una notte di eccessi, avevano mangiato paste con la crema, bevuto
succo di pompelmo e caffè ed ora alla fine di quei cinque giorni, ora che lui
avrebbe dovuto andarsene, sentiva che dopo tutta quella felicità ovattata,
qualcosa non andava.
- Vorrei che ti
fermassi ancora per un giorno o due. -
- Lo sai bene che
non posso, - le prese la mano tra le sue guardandola come se non l’avesse mai
vista: era una mano da ragazzina e desiderò nuovamente di vederla muoversi sul
suo corpo.
Erano seduti
sull’unica panchina della piazzetta; davanti a loro c’era la facciata barocca di
un’antica palazzina, alla destra un alberello solitario e alla sinistra uno dei
tanti anonimi canali dove l’acqua verdastra se ne stava immobile rifulgendo
sotto i raggi del sole.
- Lasciamo questa
piazza e andiamocene da qui…voglio farti un regalo prima di salutarti,
dai.
- Quante volte te lo
devo dire che qui a Venezia le piazze si chiamano campi, - gli ricordò mentre
sentiva le mani di lui lasciare le sue per accendersi una sigaretta. – Non
voglio regali, voglio solo che tu resti ancora qui. Un giorno o due.
- Se restassi ancora
rischierei di mangiarti tutta, di consumarti e poi alla fine come faremo?
-
- Non m’importa,-
esclamò ridendo, - mi piacerebbe solo scomparire per sempre dentro di te, -
affermò cercando nella borsa l’astuccio con gli occhiali da sole.
Nel frattempo
nell’aria il suono di campane delle molte chiese veneziane cominciò ad
annunciare senza sosta chissà quale celebrazione; entrambi amavano
quella letizia di note acute e dolci che ti seguivano dappertutto anche quando
non eri più lì ma lontano, altrove, in un’altra città in un’altra
vita.
- Toh, ecco le
campane, - esclamò alzando la testa in aria come se le note insistenti potessero
consolidarsi nel cielo, - Non sai quanto mi piace, quando siamo al telefono e le
sento in sottofondo. E’ come se potessi vederti mentre cammini, lì con quel tuo
modo particolare che sembra che scivoli via lontano da tutti, tra le calle e
parli e parli con il tuo telefonino pigiato su un orecchio.
- Ma dai, cammino
mica scivolo.
-Era un modo di
dire, sai bene quanto mi piace il tuo portamento… comunque stavo dicendo
che
ti
invidio quando confronto le due città. Dalla mia parte sento solo
la frenesia di rumori di auto in corsa, di frenate, di città in delirio…è come
se parlassimo da due mondi opposti. -
Lei non disse nulla.
Lui non vedeva i suoi occhi celati dalle lenti scure. Ognuno di loro sentì di
già afferrarsi dalla nostalgia del distacco.
Le campane
cessarono. Una madre con una bambina attraversò la piazzetta eclissandosi in una
stretta calle. Un colombo tubava sul cornicione del palazzo di fronte. Un
barcone passò pigro nel canale con un borbottare di motore convulso.
- A che ora parte il
tuo treno? -
- Prendo quello
delle due. -
- Come mai così
presto? Perché non prendi quello delle cinque ? -
- Devo essere a
Torino entro stasera ,- disse buttando la sigaretta a terra. Si alzò e la
schiacciò sotto una scarpa. – Su, andiamo. -
Si incamminarono
verso Rialto tra il fermento dei turisti che cominciavano a invadere come
parassiti quella città vetusta la cui senilità tollerava a fatica quel fragore
inopportuno. La luce violenta di quel giorno s’infilava tra le case, rimbalzando
da muro in muro, pennellando strade e canali di strisce argentate.
Camminarono in
silenzio come se mai si fossero appartenuti, distanti come estranei forse per il
saggio ipocrita timore verso la clandestinità del loro rapporto. La prudenza non
era mai poca. Mosaici di luci e ombre si rincorrevano inseguendoli colpendoli e
superandoli.
Il cielo era di un
blu crudo senza compromessi.
Passando davanti la
vetrina di un negozio d’abbigliamento lui si fermò colpito dal colore di un capo
femminile: era un gonna lunga dalla tinta pastello e una camicia leggera color
pesca indossati da un manichino senza testa.
- Ti starebbe
davvero bene, - esclamò e senza pensarci entrò nel negozio invitandola a
seguirlo mentre lei lo guardava imbarazzata, colpita ancora
dall’orribile premonizione che quell’uomo alla fine l’avrebbe lasciata per
sempre, uccidendola dal dolore. Era così che andava la sua vita, per lei non ci
sarebbero mai state gioie non contaminate da quella sensazione
opprimente, predestinata da un qualcosa di superiore e oscuro
verso un destino infausto. Ma lei era pronta a tutto, lo era sempre stata. Non
si sarebbe fatta trovare impreparata per qualunque cosa gli riservasse la
vita.
Nel negozio gravava
un forte odore di deodorante floreale misto al profumo eccessivo della
commessa.
Fece tutto
lui, invogliandola a provarsi quella gonna e quella camicetta. Nel
frattempo la commessa sorrideva ripetendo che le stava davvero bene quel
completino e che era davvero fortunata ad avere un uomo come il suo, un uomo che
sapeva valorizzare una donna era un uomo raro in questi tempi. Ma lei era
lontana da tutto quel cicaleccio, da quelle lusinghe, era lontana
anche dalla sua bella immagine riflessa allo specchio mentre la commessa
le aggiustava da dietro una piega della gonna; lei era in una contrada remota
dove la vita prima o poi le avrebbe fatto pagare cara ogni forma di felicità.
- Ti sta veramente
bene, - disse e in effetti quei due capi esaltavano l’eleganza della sua figura
minuta ma armoniosamente femminile. Non poté fare a meno di notare che anche lei
era una creatura triste come lui, benché sorridesse alla commessa i suoi occhi
tradivano ogni cosa rivelando un malessere perfettamente nascosto e mai esibito
se non tra le righe di qualche discorso o sottolineatura.
Uscirono dal negozio
immettendosi nella fiumana di persone lungo le strette calle.
- Alla fine hai
vinto tu…grazie, ma sei proprio un uomo terribile,- lo sgridò sorridendogli.
- Lo sai quanto mi
piace vederti imbarazzata.. Mi spiace solo che le indosserai quando io non ci
sarò.
- Se vuoi potrei
mettermele anche adesso. M’infilo nel bagno di qualche bar e mi cambio,- suggerì
finché tutta quella malinconia di prima parve dissolversi nelle virgole all’insù
di un sorriso puerile come il contrasto tra il giorno e la notte.
- Davvero faresti
questo per me?-
Stavolta fu lei a
prendere l’iniziativa, entrò in un bar con la grande borsa di
cartone con su il nome del negozio d’abbigliamento e lì dopo aver ordinato un
succo di frutta uscì fuori con indosso gonna e camicetta, incurante se le scarpe
di tela senza tacco fossero inadatte o meno.
Era
straordinariamente bella. Era bella perché era lei e perché in lei c’erano i
suoi sogni da ragazzino e da uomo. Era proprio lei la donna che da sempre aveva
desiderato incontrare.
Quando la vide
uscire fuori dal bar, pareva addirittura che scintillasse sospesa dal
marciapiede. Non sapeva bene se quello che sentiva fosse amore, ma in
quell’attimo, visibilmente commosso, le sorrise provando un
sentimento contraddittorio: le avrebbe strappato quei vestiti lì davanti a tutti
amandola fino alla morte, possedendola ancor più forte di tutte le altre
molteplici volte in cui l’aveva posseduta. Era così che si sentiva, voleva
entrare dentro lei, invertire i ruoli, i sessi, le anatomie, il passato e il
presente, ma si sentiva anche il sangue rallentargli nelle vene, sentiva il
cuore perdere colpi nel desiderio di fuggire con lei o
anche da solo dove ogni cosa e sentimento sarebbe rimasto congelato per
l’eternità. Dove passato e futuro erano nomi privi di significato.
- Hai
ricambiato e impoverito il mio regalo facendo questo per me. Sei
bellissima! Non lo dimenticherò mai. -
- Nemmeno io
ti dimenticherò. -
- Sai,
vorrei fregarmene di tutto.Tu che non torni più a casa mentre io
in un eccesso di irresponsabilità ti istigherei a prendere la motonave per
andarcene a Torcello, come questa primavera, a fine marzo.Ricordi ? Le distese
dei campi di carciofi, quel fiumiciattolo indolente che sfociava nel mare e noi
nascosti tra quella piccola macchia di alberi ad amarci senza contegno,
incoscienti che l’ultima motonave del pomeriggio sarebbe partita lasciandoci lì.
Farei questo -
-Già!
-
Torcello è un luogo fatato dicono alcuni veneziani. Ci sono ritornata da
sola è li in tutta quella pace in quel lembo paludoso in mezzo al mare sentivo
un senso di febbrile serenità…Tu non c’eri ma eri lì con me...rivivevo in una
maniera impressionante quel giorno di
aprile.
La malinconia stava
riaffiorando come l’alta marea lambiva le rive dei canneti di Torcello.
Camminarono ancora, dirigendosi senza una meta precisa in una zona meno
frequentata dai turisti; ricordavano molti momenti e ne sorridevano lasciandosi
alle spalle il brusio onnipresente mentre i minuti diventavano ore, accorciando
sempre più il momento della partenza.
- Tra un pò dobbiamo
andare a recuperare il borsone in casa, - disse lui guardando l’orologio, - Ci
conviene non allontanarci troppo. -
- Non vuoi mangiare
nulla prima di andartene? -
- Non ho fame, -
rispose con una voce smorta accendendosi un’altra sigaretta mentre le camminava
a fianco senza la forza di guardarla o di fermarsi per baciarla o
per confessarle che in verità
lui non avrebbe
voluto andare da nessuna parte, né con lei né con nessun altro, perché quello
che avrebbe desiderato era che tutto si fermasse per sempre lì. Non importava
come, anche se era sarebbe stato perfetto congedarsi in quella maniera, gravido
di tutto quell’amore che sentiva melodrammatico si immaginò o
forse desiderò che un infarto lo cogliesse tra quelle calle silenziose:
travasare da quella donna. Sarebbe stato suggestivo morire sorridendole,
annegando nei suoi occhi stupefatti come l’ultima
perfetta fotografia di un’anonima esistenza, perché forse
in questo consisteva la sottile arte dell’andarsene, ovvero dare un senso ad una
vita senza significato.
Giunti sotto casa
lei cercò le chiavi del portoncino mentre lui nella penombra di quel budello che
finiva direttamente in uno stretto canale, inspirava l’acre puzzo di acque
torbide circoscritte tra quelle case antiche impregnate d’umidità.
Salirono le due
rampe di scale entrando in casa, lui seguiva lei ricordando l’altro ieri notte
quando ritornando da una cena alla Giudecca fecero un amore
disperato su quelle scale, dietro le silenziose porte di anonimi condomini
addormentati nei loro letti. La passione non accettava compromessi o
preparativi, la passione era essere animali travestiti da uomini.
Lui guardò quella
casa e questa volta ebbe davvero il presentimento che per un motivo o per
l’altro non avrebbe mai più messo piede tra quelle pareti. Forse lei lo intuì
perché non si scambiarono alcuna parola. Abbassandosi chiuse lo zip del borsone
mettendoci dentro un libro ed una maglietta che aveva dimenticato fuori, li
stipò dentro con cura e alzando la testa vide lei con le braccia
conserte a mo di protezione che lo osservava con gli occhi umidi;
si dondolava leggermente e per un attimo la vide come una matta senza ragione…
forse erano due pazzi entrambi, forse l’epilogo di un vero amore era
proprio la follia.
- Dai vedrai che ci
rivedremo presto, - mentì carezzandole una guancia, - Intanto è ancora presto.
Posso farmi un drink? -
- Fai pure.
-
Andò in cucina, aprì
la solita anta dell’armadietto in alto e tirò fuori la bottiglia di Jb. Prese un
bicchiere versandosene due dita, poi prese due cubetti di ghiaccio
sorseggiandolo davanti alla finestra che dava sul canale.
- Come mai bevi a
quest’ora? – gli domandò osservandolo silenzioso di spalle.
-
Avevo voglia, - si voltò scrutandola nella penombra della cucina,- Vorrei
tanto non andarmene, - le confidò sedendosi sul tavolo. – Ti ricordi di quella
storia che ti raccontai la prima volta che venni qui? -
- Alludi
a quella storia indiana? -
- Sì, e se non
sbaglio te la scrissi anche su di un foglietto. Lo hai ancora?
- Ce l’ho ancora…
-
- Mi
piacerebbe che tu me la raccontassi nuovamente, è tanto che non la sento.
-
- Siediti che te la
racconto.
Le raccontò
di un amore divino e di come tutto ebbe inizio in uno stagno. Descrisse
il Dio Brahmà e del suo desiderio per la dea Satarupà che invitò a
distendersi con lui nel morbido letto di una foglia di loto e di come si
amarono arditamente mentre il petalo si richiudeva lentamente su
di loro per ripararli dal mondo circostante, permettendogli solo così di potersi
amare indisturbati per cent’ anni.
Quando terminò di
raccontare la storia lei si alzò dalla sedia per sedersi sopra le sue gambe, lo
abbracciò fortemente, si alzò i lembi della gonna nuova facendosi penetrare
delicatamente da quell’uomo terribile che le aveva rubato cuore e
carne.
Lui spinse il suo
sesso dentro di lei e si lasciò rapire dagli quegli occhi disarmanti
.
Si amarono con
dolcezza disprezzando vita e morte, si amarono con il viso di lei nascosto nelle
sue spalle mentre il piacere erompeva con una solennità sconosciuta.
- Ti amo, - riuscì a
dirle per la prima volta dopo quasi due anni e dicendolo, entrambi intuirono che
qualcosa si fosse spostato verso un luogo ancora più sconosciuto del loro amore
segreto.
Lei si nutrì di
quelle tre lettere e ci annegò il cuore. Una lama di luce entrò tra gli stipiti
della finestra socchiusa posandosi dolcemente sulle ciglia lunghe
e nere. Ci fu un tremolio, chiuse gli occhi e quando li riaprì si
staccarono due grosse gocce precipitando come perle trasparenti
tra le pieghe della camicia del suo uomo.
Lui non si accorse
di nulla e questo fu un peccato poiché anche lui avrebbe voluto unirsi a quelle
lacrime silenziose in un pianto liberatorio. Restarono così, abbracciati come un
padre e una figlioletta, immersi ognuno nella fragranza dell’altro, galleggiando
ognuno nel proprio mare d’estasi, evitando d’incontrarsi negli occhi come se ciò
potesse intimidirli o leggervi paure che nessuno dei due voleva leggere.
- Vado in bagno a
lavarmi, - e si alzò dalle sue gambe con la gonna che le scivolava giù
fino alle caviglie. Non disse altro ma in quella voce lui scorse
un’incrinatura sconosciuta, un tono disperato che sapeva di pianto. E tutto fu.
Trascorsero circa
una quindicina di minuti prima che lui la chiamasse: non si era mosso dalla
sedia, aspettandola voleva dirle che forse sarebbe stato meglio davvero finirla.
Ma non se ne sentiva la forza ne il coraggio, è così come le ultime due volte
che era venuto a trovarla con l’intenzione di chiudere quella storia, si rendeva
conto di amarla sempre di più e sempre di più di non poterne farne a
meno.
La chiamò un’altra
volta e quando non ottenne risposta si diresse verso il bagno.
Lasciò la cucina
e la prima cosa che notò nel corridoio fu la porta
dell’ingresso aperta, socchiusa dinnanzi all’altra porta del bagno.
Come in un brutto
sogno la richiamò con una flebile voce apprensiva.
Il suo nome echeggio
inutilmente tre quattro volte senza raggiungerla.
Aprì
lentamente la porta del bagno ma di lei nulla.
Diede per
scrupolo una veloce occhiata nelle uniche due stanze dell’appartamento,
aggirandosi furtivo come un ladro che bisbiglia vanamente il nome del complice
scomparso.
Non c’era più. Aveva
aperto la porta e se n’era andata via lasciandolo lì.
Solo.
Ma dove era andata?
Dove era fuggita?
E perché innanzi
tutto?
La gola gli si fece
arida, gli si piegavano le gambe mentre il pavimento sembrava vacillargli sotto
i piedi.
Dove te ne sei
andata? Perché…?
Ritornò alla porta
d’ingresso rimasta aperta. Si affacciò sulla rampa di scale, ma sotto non c’era
e chiamarla sarebbe stato inutile.
Scese le scale di
corsa affacciandosi fuori dal portoncino.
Dove ti sei
cacciata, imprecò cercandola là fuori.
Un micio miagolò da
un balcone sovrastante colmo di gerani di un verde assoluto.
Un signore lo scrutò
con diffidenza mentre uscì dal portone di fronte, osservando quell’uomo
sconvolto che si guardava in giro parlando da solo.
Tornerà si disse.
Tornerà.
Salì di sopra con la
paura di essersi tirato la porta dietro.
Doveva
restare calmo, sarebbe tornata, si disse mentre riprendeva la bottiglia di
schotch per dar sollievo alla bocca che sentiva come carta vetro.
Non doveva farsi
venire il panico.
Tornerà!
L’orologio a muro
segnava quasi l’una, avrebbe dovuto già essere ad aspettare il vaporetto che lo
avrebbe condotto alla stazione. Pensò subito di chiamarla con il telefonino ma
mentre componeva il numero con la coda dell’occhio si sentì investito dalla
paura: la sua borsa era sopra lo sgabello e dentro c’erano sia il cellulare, sia
il portafoglio. Cominciò davvero a preoccuparsi.
Fumò e bevve
molto.
L’aspettò ancora per
molto tempo.
Perse il suo treno e
con esso la percezione del tempo. Il pomeriggio stava decadendo in una sera dove
uno strano vento malefico soffiava con crudeltà attraverso le finestre. Lei non
era ancora tornata, ma sarebbe tornata da un momento all’altro…era stato solo un
colpo di testa il suo, lei non era la tipa da sparire così. Mai
c’era stato in passato un solo segnale d’incoerenza, mai un serio
capriccio, mai la sola minima traccia d’invadenza, mai un segnale d’allarme che
le alterasse l’immagine serafica ed equilibrata che la distingueva dalla
maggioranza delle altre donne che aveva conosciuto.
Ma allora come aveva
potuto aprire quella porta abbandonandolo senza un perché? Come poteva accadere
che di tutto quel loro amore alla fine restasse solo una porta aperta in un buco
nero?
Non ce la faceva ad
alzarsi, era come se fosse sotto un incantesimo dove solo il ritorno di lei
avesse potuto risvegliarlo. Nient’altro poteva destarlo da quell’oblio, né il
pensiero che sua moglie lo stesse
aspettando né il
fatto che ormai quell’amore d’adultero venisse allo scoperto.
Forse doveva andarla
a cercare, avvertire la polizia, gridare al vento il suo nome correndo tra i
canali, attraversare ponti, buttarsi in mare nuotando tra le isole lagunari
finché esausto si sarebbe arreso ai flutti, sì così… come forse avrà fatto lei.
Perché è questo che
fanno le donne tristi e sole, no? Non era vero che annegarsi per amore
apparteneva di diritto alle donne dolci e disperate?
Il pacchetto di
sigarette era vuoto, la bottiglia anche. La cucina era soffocata in una
spettrale oscurità tragica.
Non era più un uomo
era diventato una statua seduta su di una sedia. Una cariatide
sgomenta.
Solo quando venne
sera, quando il buio derubò i colori della città e il vento parve
placarsi, lui ebbe la forza di uscire fuori.
Camminò, fece molta
strada tra il silenzio della notte. Non c’era foga, ma solo passi da sonnambulo.
Era come stare dentro un sogno. Respirava quell’incubo movendosi come un‘ombra
in un mondo di ombre. Camminando ricordava la sua voce, il suo
profumo, il suo dolce sorriso da creatura evanescente. La sua
timidezza d’altri tempi.
Gettava occhiate
veloci tra i vicoli, nei canali, nelle scalinate delle chiese, nei rari
vaporetti semivuoti che lasciavano il Canal Grande per le ultime corse,
cercandola con il solo desiderio di abbracciarla per prometterle davvero quella
vita insieme. Solo struggendosi poteva lasciare che il suo corpo si
anestetizzasse ignorando la stanchezza, poiché quel che doveva essere una
disperata ricerca diveniva ad ogni passo la ricerca vana di
un fantasma.
Era come se fosse
finito in un labirinto, le calle si assomigliavano tutte, perdersi era
inevitabile quando il labirinto si delineava nei meandri dell’angoscia.
In giro non c’era
più nessuno, uomini e imbarcazioni erano svaniti come se mai fossero
esistiti.
Il cuore batteva
furioso come pugni sul muro.
Gli occhi bruciavano
nel sale della disperazione.
Pareva tutto finito
lì come alcune di quelle strade che finivano
direttamente nei canali.
L’aria sembrava
gelida. Tutto appariva cupo, minaccioso. Un cimitero in mezzo al mare.
In sottofondo
echeggiava il rumore tetro di tacchi contro il marciapiede con un suono triste,
come di un affrettarsi verso un rifugio oppure una fuga da se
stessi.
Se si era perso, si
ritrovò finalmente al di fuori di quel labirinto di strette calle
incontrando la laguna che pareva verniciata di un nero brillante.
Era tardi,
tardissimo, e quando infine si sedette stremato su di una panchina vicino al
pontile che conduceva a Torcello, chiuso e illuminato da due lampioni, sprofondò
il viso tra le gambe e tappandosi la bocca con le mani intuì quel
che lui aveva saputo fin dall’inizio. Fin dal primo giorno chi si conobbero
intuì che in quella donna c’era qualcosa di indefinito come una figura collocata
fuori dal tempo e dalla realtà, marchiata inevitabilmente verso una fine
tragica.
Pianse a lungo,
pianse per lui e per lei, pianse perché non aveva compreso niente, pianse perché
sapeva che mai più la sua vita sarebbe stata quella di una volta.
Precipitare senza
mai schiantarsi, ecco cosa gli riservava il domani.
La colpa, se di
colpa potesse trattarsi gli gravava nel petto. Avrebbe dovuto prendere delle
decisioni, avrebbe dovuto essere onesto con la donna che non amava più e che
l’aspettava in un’altra città così come avrebbe dovuto dichiarare che amava
l’altra donna che era scomparsa. Ormai era tardi per ogni
cosa.
Non c’era alcuna
uscita da quel labirinto, nessun chiarore…nessuna speranza. Era come entrare da
un labirinto all’altro.
Tutto ciò che la
vita gli aveva dato ora gli veniva tolto con ferocia.
Il cielo tra poco
sarebbe rischiarato, la laguna era una pozza di luce perlacea. L’unico suono era
quello smorzato del mare, dell’acqua che batteva a ritmo contro i grandi piloni
di attracco.
E poi.
E poi in
lontananza il suono della sirena di un motoscafo della
polizia lo raggiunse trasportato dal vento, e solo allora ebbe la certezza di
averla persa per sempre.
FINE