lunedì 6 febbraio 2012
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Critica
  critica opere  

 

Arcipelaghi

 

La serie fotografica Arcipelaghi di Alfio Catania è un invito al viaggio attraverso i frammenti di mondi isolati, isolani e peninsulari riprodotti come forme frattali sulle mura di una città d'acqua... fragili, mutevoli ed esposti agli elementi.

Per arcipelago si intende un insieme di isole distinte tra loro, ma accomunate da una sorellanza geografica e geologica. Ed è proprio il dialogare sottomarino tra terre emerse, tra riva e mare, tra pieni e vuoti, tra densità e rarefazione ad affascinare in questo lavoro fotografico. Un dialogo che richiama il modo di essere della malinconia in quanto universo di comportamenti, idee e sentimenti apparentemente frammentari, ma legati da una storia e da una fenomenologia che attraversano la cultura e la civiltà da cui proveniamo.

La tentazione di riconoscere sagome di continenti conosciuti (in serie n. 5 ad esempio) ci abbandona totalmente quando lo sguardo si perde naufragando tra i confini indefiniti della serie n. 3. Ma in tutta la serie di Arcipelaghi, la fantasia non può non spingere il nostro viaggio fino all’alba dei tempi, quando forze telluriche di un pianeta ancora giovane generarono ribollendo queste terre. Salvo essere riportati poi, e nemmeno troppo dolcemente, alla consistenza materiale di Arcipelaghi e alla nostra decadente attualità attraverso i mattoni che occhieggiano nudi nella seconda immagine della serie n. 2. Ma i viaggi sono anche sogni e se il sogno più vero è quello più distante dalla realtà, il viaggio onirico tra questi frammenti di mondi riprende subito, sorvolando distese azzurre pacificate dalla bonaccia, scogli, deserti bruciati da una siccità salina e fiumi che sembrano tracciare simboli alchemici. E non sappiamo più cosa è terra e cosa mare.

Insomma, gli arcipelaghi che l’intuizione di Alfio Catania fa emergere dai muri di certi palazzi veneziani sembrano appartenere al continente perduto di Mu, ai Mari della Luna. Sembrano affiorare dalle infinite profondità dell’oceano della malinconia.

Da questi mondi fatti della materia della lontananza, nessun ritorno è possibile.

 

Stefania Monica Muti

 

Le regole dell'astrazione

Miopi come nei primi mesi di vita, fissiamo con iridi dai colori incerti la poltiglia di luci e ombre di una realtà in frantumi. Una città vista dall'oblò di un volo notturno, mentre catastrofi si consumano silenziose nel nostro inconscio. Somigliano alla vita questo astratti. Luoghi del possibile, pronti a cambiare forma per adattarsi al minimo turbamento. Una goccia di pioggia, che scioglie parole d'inchiostro che credevamo immobili, mutandole in lacrime o sorrisi. Un'esplosione atomica, tutte le domande del mondo nel tuo orecchio, macerie ai  nostri piedi, stagioni, follia, date, avanzi di luna nei frigoriferi, e chi sei e cos'eri, e mai, mai più, e ancora e sempre. Demolire giorni, e poi il silenzio. Ci somigliano questi astratti di Alfio Catania , come  rumori bianchi, sottofondi senza regole, nella nostra immaginazione. Prendere ciò che si schianta dentro di noi e rigirarcelo tra le dita. Una visione solo nostra. L'unica possibile.

Leila  Aghakhani Chianeh



Un’antologia di vite senza pace e senza eternità, un preciso, disperato, consapevole concetto di precario scorrere del tempo è la trama di ogni sua opera.
I protagonisti delle sue tele sono in realtà un’unica persona, che assume sembianze differenti, ma sempre un unico personaggio, l’occhio e il sentire dell’Uomo di fronte al mistero del suo esistere. Graffi che seviziano la tela, tormento, e poi tanto nero definitivo e assoluto, che non dà scampo. Il nero della memoria in fondo al pozzo. Il nero delle pellicole che finiscono.

Nella trilogia delle figure a teste chine la mente pensante ha un peso insostenibile per il fragile carro di ossa pelle e carne che trascina nel dolore quel fardello.

Nella trilogia dei binari, l’eternità è un nastro d’acciaio e legno senza inizio e senza fine, segnato, a tratti dagli eventi della vita umana.

E poi l’infelicità nello sguardo, le lacrime di sangue che hanno il gusto di una festa finita. Perché Alfio Catania dipinge un mondo senza festa, un mondo dove tutto appare troppo finto e precario per apparecchiarlo a festa.

Tuttavia non è difficile, nella sua opera, respirare sensualità, fanciullezza, memorie di antichi nostalgici agganci con la vita.

Firma dal 2009 le sue opere con una lettera X che rappresenta un' incognita, un'indicazione, un operatore di moltiplicazione,  personali sensazioni tra l'artista e lo spettatore, ma l' X rappresenta pure un cerotto, una medicazione per medicare i piccoli e infiniti tagli che le percezioni a stento tollerano. Ferite che si generano nell'intimo; tuttavia ogni opera rappresenta una battaglia, una protesta che si basa su qualcosa di troppo ermetico e profondo perchè possa essere davvero capito e comunicato.


 

Nella produzione artistica di Alfio Catania si avverte una notevole vocazione al racconto, espressa sia in chiave narrativa che quasi fumettistica, in cui l’autore isola e zooma su delle strisce in cui conduce l’osservatore a concentrasi su dei particolari per portarlo ulteriormente a definire ciò che nel contesto si trova in parte già chiaramente espresso.   Venendo a conoscenza della sua produzione letteraria, è sintomatico che l’autore senta la necessità di integrare una sua poliedrica attività di fotografo, narratore, poeta iniziando appunto a dedicarsi con soddisfazione alla pittura in cui avvertiamo, comunque, anche una certa componente di inquietudine autobiografica. Nella storia dell’arte la Pittura ha mantenuto per un lungo periodo un prioritario collegamento con la Storia, sia essa mitologica, sacra, relativa a fatti ed episodi realmente accaduti, autobiografica perciò, e in tal senso sono fortunatamente pervenuti fino a noi grandi cicli di opere che documentano tali legami d’altronde avvalorati dalla trattatistica più riconosciuta del nostro recente passato.  Parlavamo prima di rimando fumettistico riscontrabile nell’opera di Catania, e come non ripensare,  in questo senso, a qualche illustre precedente come nel caso di Luca Signorelli, che in macro ha realizzato quel notevole ciclo di decorazione ad affresco all’interno della cappella di San Brizio a Orvieto.  D’altronde anche qui il rimando non può che essere ancora una volta riferibile al più universalmente noto Giotto della Cappella degli Scrovegni di Padova.   Catania è artista autodidatta, e come gran parte degli artisti che si formano al di fuori dell’ambiente accademico è spinto da una ansiosa ma autentica motivazione di conoscenza che metabolizza poi nella sua proposta.  Sicuramente sembra calzante per inquadrare la sua opera, tenendo conto come abbiamo avuto modo di sottolineare in relazione alla sua più che evidente versatilità artistica, il celebre detto oraziano ut pictura poesis, o risalendo a epoca addirittura precedente all’adagio attribuito da Plutarco a Simonide di Ceo, poi ripreso nell’ancora fondamentale Laooconte di Lessing ma anche da Goethe, nella ambivalente definizione che costoro attribuiscono alla pittura e alla poesia:   la pittura è poesia muta e la poesia, invece, è pittura parlante.  E’ proprio su tali necessità contenutistiche che si confronta Alfio Catania prioritariamente nella sua pittura, agganciandosi volutamente a una certa poetica metafisica di matrice dechirichiana ma facendo propria, nella tecnica utilizzata, un accurato mélange di rese formali che appartengono in particolare al repertorio delle avanguardie storiche del novecento che arriva fino all’informale.  Si notino certi sfondi delle sue tele, soprattutto dove gioca sul contrasto bianco-nero, riuscendo a ottenere una suggestiva gamma di grigi. Da un punto di vista meramente formale per Catania, pur continuando a conferire alle sue rappresentazioni, anche di ambito  scenografico, un’aura di sospensione e di enigmatico che arriva a includere nei suoi peculiari interessi il surrealismo, non è fondamentale appartenere alla schiera dei figurativi o a quella degli astrattisti: l’autore volutamente gioca ironicamente con diverse  formule combinando a volte -  quasi facendo sua la tecnica a incastro del puzzle - soluzioni di  metapittura multimediale in cui accanto a Kandinskij inserisce citazioni a Miro, il tutto visto, comunque, sempre come espressione di una somma di linguaggi inesauribili dallo stesso artista utilizzati per assecondare, ovviamente, la sua congenita vena narrativa con una straordinaria passione manifestata nei confronti della pittura.

 

Saverio Simi de Burgis  - Accademia venezia

 

 

 

concetto di precarietà.JPG  Concetto di precarietà


L'ontologia di vite senza eternità, ovvero concetto di precario scorrere del tempo -
E’ come se i protagonisti delle sue tele fossero in realtà un’unica persona, che assume sembianze differenti, forse sempre un unico personaggio. I graffi che seviziano la tela, il tormento, e poi tutto questo nero definitivo, che non dà scampo. Il nero della memoria in fondo al pozzo. Il nero delle pellicole che finiscono. Per Rimbaud infatti l’eternità era il mare, unito al sole. E poi l’infelicità nello sguardo, le lacrime di sangue che hanno il gusto di una festa finita. Perché Alfio Catania dipinge un mondo senza festa, ovvero l mondo di oggi dove per quanto se ne dica tutto appare troppo finto e precario per apparecchiarlo a festa

 

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