Un’antologia di vite senza pace e senza eternità, un preciso, disperato, consapevole concetto di precario scorrere del tempo è la trama di ogni sua opera. I protagonisti delle sue tele sono in realtà un’unica persona, che assume sembianze differenti, ma sempre un unico personaggio, l’occhio e il sentire dell’Uomo di fronte al mistero del suo esistere. Graffi che seviziano la tela, tormento, e poi tanto nero definitivo e assoluto, che non dà scampo. Il nero della memoria in fondo al pozzo. Il nero delle pellicole che finiscono.
Nella trilogia delle figure a teste chine la mente pensante ha un peso insostenibile per il fragile carro di ossa pelle e carne che trascina nel dolore quel fardello.
Nella trilogia dei binari, l’eternità è un nastro d’acciaio e legno senza inizio e senza fine, segnato, a tratti dagli eventi della vita umana.
E poi l’infelicità nello sguardo, le lacrime di sangue che hanno il gusto di una festa finita. Perché Alfio Catania dipinge un mondo senza festa, un mondo dove tutto appare troppo finto e precario per apparecchiarlo a festa.
Tuttavia non è difficile, nella sua opera, respirare sensualità, fanciullezza, memorie di antichi nostalgici agganci con la vita.
Nella produzione artistica di Alfio Catania si avverte una notevole vocazione al racconto, espressa sia in chiave narrativa che quasi fumettistica, in cui l’autore isola e zooma su delle strisce in cui conduce l’osservatore a concentrasi su dei particolari per portarlo ulteriormente a definire ciò che nel contesto si trova in parte già chiaramente espresso. Venendo a conoscenza della sua produzione letteraria, è sintomatico che l’autore senta la necessità di integrare una sua poliedrica attività di fotografo, narratore, poeta iniziando appunto a dedicarsi con soddisfazione alla pittura in cui avvertiamo, comunque, anche una certa componente di inquietudine autobiografica. Nella storia dell’arte la Pittura ha mantenuto per un lungo periodo un prioritario collegamento con la Storia, sia essa mitologica, sacra, relativa a fatti ed episodi realmente accaduti, autobiografica perciò, e in tal senso sono fortunatamente pervenuti fino a noi grandi cicli di opere che documentano tali legami d’altronde avvalorati dalla trattatistica più riconosciuta del nostro recente passato. Parlavamo prima di rimando fumettistico riscontrabile nell’opera di Catania, e come non ripensare, in questo senso, a qualche illustre precedente come nel caso di Luca Signorelli, che in macro ha realizzato quel notevole ciclo di decorazione ad affresco all’interno della cappella di San Brizio a Orvieto. D’altronde anche qui il rimando non può che essere ancora una volta riferibile al più universalmente noto Giotto della Cappella degli Scrovegni di Padova. Catania è artista autodidatta, e come gran parte degli artisti che si formano al di fuori dell’ambiente accademico è spinto da una ansiosa ma autentica motivazione di conoscenza che metabolizza poi nella sua proposta. Sicuramente sembra calzante per inquadrare la sua opera, tenendo conto come abbiamo avuto modo di sottolineare in relazione alla sua più che evidente versatilità artistica, il celebre detto oraziano ut pictura poesis, o risalendo a epoca addirittura precedente all’adagio attribuito da Plutarco a Simonide di Ceo, poi ripreso nell’ancora fondamentale Laooconte di Lessing ma anche da Goethe, nella ambivalente definizione che costoro attribuiscono alla pittura e alla poesia: la pittura è poesia muta e la poesia, invece, è pittura parlante. E’ proprio su tali necessità contenutistiche che si confronta Alfio Catania prioritariamente nella sua pittura, agganciandosi volutamente a una certa poetica metafisica di matrice dechirichiana ma facendo propria, nella tecnica utilizzata, un accurato mélange di rese formali che appartengono in particolare al repertorio delle avanguardie storiche del novecento che arriva fino all’informale. Si notino certi sfondi delle sue tele, soprattutto dove gioca sul contrasto bianco-nero, riuscendo a ottenere una suggestiva gamma di grigi. Da un punto di vista meramente formale per Catania, pur continuando a conferire alle sue rappresentazioni, anche di ambito scenografico, un’aura di sospensione e di enigmatico che arriva a includere nei suoi peculiari interessi il surrealismo, non è fondamentale appartenere alla schiera dei figurativi o a quella degli astrattisti: l’autore volutamente gioca ironicamente con diverse formule combinando a volte - quasi facendo sua la tecnica a incastro del puzzle - soluzioni di metapittura multimediale in cui accanto a Kandinskij inserisce citazioni a Miro, il tutto visto, comunque, sempre come espressione di una somma di linguaggi inesauribili dallo stesso artista utilizzati per assecondare, ovviamente, la sua congenita vena narrativa con una straordinaria passione manifestata nei confronti della pittura.
Saverio Simi de Burgis - Accademia venezia
Concetto di precarietà