lunedì 25 settembre 2017
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Books
  SCRITTURA  
 
di Alfio Catania
Libro NARRATIVA 60 pagine
Copertina Morbida - Formato 15x23 - bianco e nero

http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/narrativa/37768/avamposti-dalla-carne-dalla-testa-dal-cuore/

   Alfio Catania è nato a Torino, vive tra venezia e torino-
Ha pubblicato il romanzo Al di là del sogno, 1989 oltre vari racconti brevi per antologie di narrativa e poesia. Attualmente in attesa di distribuzione due nuovi romanzi:

Non mi senti - Prigionieri di una parentesi.
 Finalista al premio Mer 1991

Tutti i diritti riservati -

 

http://www.kimerik.it/ecommerce/main.asp?Action=VIEWBOOK&Code=477

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CATALOGUE 2007

 

                         Racconto tratto dal libro Avamposti: dalla testa dalla carne dal cuore




                                                     ALFIO  Catania


              

                                         LA LUCE DI QUEL GIORNO                  

 

 

 

Dopo metà  Agosto il cielo cambia e prende quella luce smaltata e tersa che ti strappa il cuore; è quasi come ricordare qualcosa che ci sfugge oppure come ricordare tutto e niente.

- Sei triste? – gli chiese la donna.

Ci pensò su un attimo e poi guardando altrove rispose :

- Non lo so nemmeno io. -

Il campo non era ancora affollato come sarebbe di solito avvenuto da lì ad un’ora.

Venezia d’estate non gli piaceva affatto: troppa gente, troppo caldo e umidità.

Avevano fatto colazione dopo una notte di eccessi, avevano mangiato paste con la crema, bevuto succo di pompelmo e caffè ed ora alla fine di quei cinque giorni, ora che lui avrebbe dovuto andarsene, sentiva che dopo tutta quella felicità ovattata, qualcosa non andava.

- Vorrei che ti fermassi ancora per un giorno o due. -

- Lo sai bene che non posso, - le prese la mano tra le sue guardandola come se non l’avesse mai vista: era una mano da ragazzina e desiderò nuovamente di vederla muoversi sul suo corpo.

Erano seduti sull’unica panchina della piazzetta; davanti a loro c’era la facciata barocca di un’antica palazzina, alla destra un alberello solitario e alla sinistra uno dei tanti anonimi canali dove l’acqua verdastra se ne stava immobile rifulgendo sotto i raggi del sole.

- Lasciamo questa piazza e andiamocene da qui…voglio farti un regalo prima di salutarti, dai.

- Quante volte te lo devo dire che qui a Venezia le piazze si chiamano campi, - gli ricordò mentre sentiva le mani di lui lasciare le sue per accendersi una sigaretta. – Non voglio regali, voglio solo che tu resti ancora qui. Un giorno o due.

- Se restassi ancora rischierei di mangiarti tutta, di consumarti e poi alla fine come faremo? -

- Non m’importa,- esclamò ridendo, - mi piacerebbe solo scomparire per sempre dentro di te, - affermò cercando nella borsa l’astuccio con gli occhiali da sole.

Nel frattempo nell’aria il suono di campane delle molte chiese veneziane cominciò ad annunciare senza sosta  chissà quale celebrazione; entrambi amavano quella letizia di note acute e dolci che ti seguivano dappertutto anche quando non eri più lì ma lontano, altrove, in un’altra città in un’altra vita.

- Toh, ecco le campane, - esclamò alzando la testa in aria come se le note insistenti potessero consolidarsi nel cielo, - Non sai quanto mi piace, quando siamo al telefono e le sento in sottofondo. E’ come se potessi vederti mentre cammini, lì con quel tuo modo particolare che sembra che scivoli via lontano da tutti, tra le calle e parli e parli con il tuo telefonino pigiato su  un orecchio.

- Ma dai, cammino mica scivolo.

-Era un modo di dire, sai bene quanto mi piace il tuo portamento… comunque stavo dicendo che

 ti invidio  quando confronto le due città. Dalla mia parte sento solo la frenesia di rumori di auto in corsa, di frenate, di città in delirio…è come se parlassimo da due mondi opposti. -

Lei non disse nulla. Lui non vedeva i suoi occhi celati dalle lenti scure. Ognuno di loro sentì di già afferrarsi  dalla nostalgia del distacco.

Le campane cessarono. Una madre con una bambina attraversò la piazzetta eclissandosi in una stretta calle. Un colombo tubava sul cornicione del palazzo di fronte. Un barcone passò pigro nel canale con un borbottare di motore convulso.

- A che ora parte il tuo treno? -

- Prendo quello delle due. -

- Come mai così presto?  Perché non prendi quello delle cinque ? -

- Devo essere a Torino entro stasera ,- disse buttando la sigaretta a terra. Si alzò e la schiacciò sotto una scarpa. –  Su, andiamo. -

Si incamminarono verso Rialto tra il fermento dei turisti che cominciavano a invadere come parassiti quella città vetusta la cui senilità tollerava a fatica quel fragore inopportuno. La luce violenta di quel giorno s’infilava tra le case, rimbalzando da muro in muro, pennellando strade e canali di strisce argentate.

Camminarono in silenzio come se mai si fossero appartenuti, distanti come estranei forse per il saggio ipocrita timore verso la clandestinità del loro rapporto. La prudenza non era mai poca. Mosaici di luci e ombre si rincorrevano inseguendoli colpendoli e superandoli.

Il cielo era di un blu crudo senza compromessi.

Passando davanti la vetrina di un negozio d’abbigliamento lui si fermò colpito dal colore di un capo femminile: era un gonna lunga dalla tinta pastello e una camicia leggera color pesca  indossati da un manichino senza testa.

- Ti starebbe davvero bene, - esclamò e senza pensarci entrò nel negozio invitandola a seguirlo mentre lei lo guardava imbarazzata, colpita  ancora dall’orribile premonizione che quell’uomo alla fine l’avrebbe lasciata per sempre, uccidendola dal dolore. Era così che andava la sua vita, per lei non ci sarebbero mai state gioie  non contaminate da quella sensazione opprimente, predestinata da  un qualcosa di superiore e oscuro verso un destino infausto. Ma lei era pronta a tutto, lo era sempre stata. Non si sarebbe fatta trovare impreparata per qualunque cosa gli riservasse la vita.

Nel negozio gravava un forte odore di deodorante floreale misto al profumo eccessivo della commessa.

Fece tutto lui,  invogliandola a provarsi quella gonna e quella camicetta. Nel frattempo la commessa sorrideva ripetendo che le stava davvero bene quel completino e che era davvero fortunata ad avere un uomo come il suo, un uomo che sapeva valorizzare una donna era un uomo raro in questi tempi. Ma lei era lontana da tutto quel cicaleccio, da quelle lusinghe, era lontana  anche dalla sua bella immagine riflessa allo specchio mentre la commessa le aggiustava da dietro una piega della gonna; lei era in una contrada remota dove la vita prima o poi le avrebbe fatto pagare cara ogni forma di felicità.

- Ti sta veramente bene, - disse e in effetti quei due capi esaltavano l’eleganza della sua figura minuta ma armoniosamente femminile. Non poté fare a meno di notare che anche lei era una creatura triste come lui, benché sorridesse alla commessa i suoi occhi tradivano ogni cosa rivelando un malessere perfettamente nascosto e mai esibito se non tra le righe di qualche discorso o sottolineatura. 

Uscirono dal negozio immettendosi nella fiumana di persone lungo le strette calle.

- Alla fine hai vinto tu…grazie, ma sei proprio un uomo terribile,- lo sgridò sorridendogli.

- Lo sai quanto mi piace vederti imbarazzata.. Mi spiace solo che le indosserai quando io non ci sarò.

- Se vuoi potrei mettermele anche adesso. M’infilo nel bagno di qualche bar e mi cambio,- suggerì finché tutta quella malinconia di prima parve dissolversi nelle virgole all’insù di un sorriso puerile come il contrasto tra il giorno e la notte.

- Davvero faresti questo per me?-

Stavolta fu lei a prendere l’iniziativa, entrò in un bar con la  grande borsa di cartone con su il nome del negozio d’abbigliamento e lì dopo aver ordinato un succo di frutta uscì fuori con indosso gonna e camicetta, incurante se le scarpe di tela senza tacco fossero inadatte o meno.

Era straordinariamente bella. Era bella perché era lei e perché in lei c’erano i suoi sogni da ragazzino e da uomo. Era proprio lei la donna che da sempre aveva desiderato incontrare.

Quando la vide uscire fuori dal bar, pareva addirittura che scintillasse sospesa dal marciapiede. Non sapeva bene se quello che sentiva fosse amore, ma in quell’attimo, visibilmente commosso,  le sorrise provando un sentimento contraddittorio: le avrebbe strappato quei vestiti lì davanti a tutti amandola fino alla morte, possedendola ancor più forte di tutte le altre molteplici volte in cui l’aveva posseduta. Era così che si sentiva, voleva entrare dentro lei, invertire i ruoli, i sessi, le anatomie, il passato e il presente, ma si sentiva anche il sangue rallentargli nelle vene, sentiva il cuore perdere colpi nel desiderio di fuggire con lei  o  anche da solo dove ogni cosa e sentimento sarebbe rimasto congelato per l’eternità. Dove passato e futuro erano nomi privi di significato.

- Hai ricambiato  e impoverito il mio regalo facendo questo per me. Sei bellissima! Non lo dimenticherò mai. -

- Nemmeno io ti  dimenticherò. -

-  Sai, vorrei fregarmene di tutto.Tu che non torni più a casa  mentre io in un eccesso di irresponsabilità ti istigherei a prendere la motonave per andarcene a Torcello, come questa primavera, a fine marzo.Ricordi ? Le distese dei campi di carciofi, quel fiumiciattolo indolente che sfociava nel mare e noi nascosti tra quella piccola macchia di alberi ad amarci senza contegno, incoscienti che l’ultima motonave del pomeriggio sarebbe partita lasciandoci lì. Farei questo -

-Già!

-  Torcello è un luogo fatato dicono alcuni veneziani. Ci sono ritornata da sola è li in tutta quella pace in quel lembo paludoso in mezzo al mare sentivo un senso di febbrile serenità…Tu non c’eri ma eri lì con me...rivivevo in una maniera impressionante quel giorno di aprile.                                                                  

La malinconia stava riaffiorando come l’alta marea lambiva le rive dei canneti di Torcello. Camminarono ancora, dirigendosi senza una meta precisa in una zona meno frequentata dai turisti; ricordavano molti momenti e ne sorridevano lasciandosi alle spalle il brusio onnipresente mentre i minuti diventavano ore, accorciando sempre più il momento della partenza.

- Tra un pò dobbiamo andare a recuperare il borsone in casa, - disse lui guardando l’orologio, - Ci conviene non allontanarci troppo. -

- Non vuoi mangiare nulla prima di andartene? -

- Non ho fame, - rispose con una voce smorta accendendosi un’altra sigaretta mentre le camminava a fianco senza la forza di guardarla o di fermarsi  per baciarla o per confessarle che in verità

lui non avrebbe voluto andare da nessuna parte, né con lei né con nessun altro, perché quello che avrebbe desiderato era che tutto si fermasse per sempre lì. Non importava come, anche se era sarebbe stato perfetto congedarsi in quella maniera, gravido di tutto quell’amore che sentiva melodrammatico si immaginò  o forse desiderò che un infarto lo cogliesse tra quelle calle silenziose: travasare da quella donna. Sarebbe stato suggestivo morire sorridendole,  annegando nei suoi occhi  stupefatti come l’ultima  perfetta fotografia di un’anonima esistenza, perché  forse in questo consisteva la sottile arte dell’andarsene, ovvero dare un senso ad una vita senza significato.

 

Giunti sotto casa lei cercò le chiavi del portoncino mentre lui nella penombra di quel budello che finiva direttamente in uno stretto canale, inspirava l’acre puzzo di acque torbide circoscritte tra quelle case antiche impregnate d’umidità.

Salirono le due rampe di scale entrando in casa, lui seguiva lei ricordando l’altro ieri notte quando  ritornando da una cena alla Giudecca fecero un amore disperato su quelle scale, dietro le silenziose porte di anonimi condomini addormentati nei loro letti. La passione non accettava compromessi o preparativi, la passione era essere animali travestiti da uomini.

Lui guardò quella casa e questa volta ebbe davvero il presentimento che per un motivo o per l’altro non avrebbe mai più messo piede tra quelle pareti. Forse lei lo intuì perché non si scambiarono alcuna parola. Abbassandosi chiuse lo zip del borsone mettendoci dentro un libro ed una maglietta che aveva dimenticato fuori, li stipò dentro con cura e alzando la testa vide lei  con le braccia conserte a mo di protezione  che lo osservava con gli occhi umidi; si dondolava leggermente e per un attimo la vide come una matta senza ragione… forse erano due pazzi entrambi, forse l’epilogo di un vero amore era  proprio la follia.

- Dai vedrai che ci rivedremo presto, - mentì carezzandole una guancia, - Intanto è ancora presto. Posso farmi un drink? -

- Fai pure. -

Andò in cucina, aprì la solita anta dell’armadietto in alto e tirò fuori la bottiglia di Jb. Prese un bicchiere versandosene due dita, poi prese due cubetti di ghiaccio sorseggiandolo davanti alla finestra che dava sul canale.

- Come mai bevi a quest’ora? – gli domandò osservandolo silenzioso di spalle.

-  Avevo voglia, - si voltò scrutandola nella penombra della cucina,- Vorrei tanto non andarmene, - le confidò sedendosi sul tavolo. – Ti ricordi di quella storia che ti raccontai la prima volta che venni qui? -

- Alludi  a quella storia indiana? -

- Sì, e se non sbaglio te la scrissi anche su di un foglietto. Lo hai ancora?

- Ce l’ho ancora… -

-  Mi piacerebbe che tu me la raccontassi nuovamente, è tanto che non la sento. -

- Siediti che te la racconto.

Le raccontò  di un amore divino e di come tutto ebbe inizio in uno stagno. Descrisse il Dio Brahmà  e del suo desiderio per la dea Satarupà che invitò a distendersi con lui nel morbido letto di una foglia di loto e di come si amarono  arditamente mentre il petalo si richiudeva lentamente su di loro per ripararli dal mondo circostante, permettendogli solo così di potersi amare indisturbati per cent’ anni.

Quando terminò di raccontare la storia lei si alzò dalla sedia per sedersi sopra le sue gambe, lo abbracciò fortemente, si alzò i lembi della gonna nuova facendosi penetrare delicatamente da quell’uomo terribile che le aveva rubato cuore e carne.

Lui spinse il suo sesso dentro di lei e si lasciò rapire dagli quegli occhi disarmanti .

Si amarono con dolcezza disprezzando vita e morte, si amarono con il viso di lei nascosto nelle sue spalle mentre il piacere erompeva con una solennità sconosciuta.

- Ti amo, - riuscì a dirle per la prima volta dopo quasi due anni e dicendolo, entrambi intuirono che qualcosa si fosse spostato verso un luogo ancora più sconosciuto del loro amore segreto.

Lei si nutrì di quelle tre lettere e ci annegò il cuore. Una lama di luce entrò tra gli stipiti della  finestra socchiusa posandosi dolcemente sulle ciglia lunghe e nere. Ci fu un tremolio, chiuse gli occhi e quando li riaprì  si staccarono due  grosse gocce precipitando come perle trasparenti tra le pieghe della camicia del suo uomo.

Lui non si accorse di nulla e questo fu un peccato poiché anche lui avrebbe voluto unirsi a quelle lacrime silenziose in un pianto liberatorio. Restarono così, abbracciati come un padre e una figlioletta, immersi ognuno nella fragranza dell’altro, galleggiando ognuno nel proprio mare d’estasi, evitando d’incontrarsi negli occhi come se ciò potesse intimidirli o leggervi paure che nessuno dei due voleva leggere.

- Vado in bagno a lavarmi, - e si alzò dalle sue gambe con la gonna che le scivolava giù  fino alle caviglie. Non disse altro ma in quella voce lui scorse un’incrinatura sconosciuta, un tono disperato che sapeva di pianto. E tutto fu.

Trascorsero circa una quindicina di minuti prima che lui la chiamasse: non si era mosso dalla sedia, aspettandola voleva dirle che forse sarebbe stato meglio davvero finirla. Ma non se ne sentiva la forza ne il coraggio, è così come le ultime due volte che era venuto a trovarla con l’intenzione di chiudere quella storia, si rendeva conto di amarla sempre di più e sempre di più di non poterne farne a meno.

La chiamò un’altra volta e quando non ottenne risposta si diresse verso il bagno.

Lasciò la cucina e  la prima cosa che notò nel corridoio fu la  porta dell’ingresso aperta, socchiusa dinnanzi all’altra porta del bagno.

Come in un brutto sogno la richiamò con una flebile voce apprensiva.

Il suo nome echeggio inutilmente tre quattro volte senza raggiungerla.

Aprì  lentamente la porta del bagno ma di lei nulla.

Diede per  scrupolo una veloce occhiata nelle uniche due stanze dell’appartamento, aggirandosi furtivo come un ladro che bisbiglia vanamente il nome del complice scomparso.

Non c’era più. Aveva aperto la porta e se n’era andata via lasciandolo lì.

Solo.

Ma dove era andata? Dove era fuggita?

E perché innanzi tutto?

La gola gli si fece arida, gli si piegavano le gambe mentre il pavimento sembrava vacillargli sotto i piedi.

Dove te ne sei andata? Perché…?

Ritornò alla porta d’ingresso rimasta aperta. Si affacciò sulla rampa di scale, ma sotto non c’era e chiamarla sarebbe stato inutile.

Scese le scale di corsa affacciandosi fuori dal portoncino.

Dove ti sei cacciata, imprecò cercandola là fuori.

Un micio miagolò da un balcone sovrastante colmo di gerani di un verde assoluto.

Un signore lo scrutò con diffidenza mentre uscì dal portone di fronte, osservando quell’uomo  sconvolto che si guardava in giro parlando da solo.

Tornerà si disse. Tornerà.

Salì di sopra con la paura di essersi tirato la porta dietro.

 Doveva restare calmo, sarebbe tornata, si disse mentre riprendeva la bottiglia di schotch per dar sollievo alla bocca che sentiva come carta vetro.

Non doveva farsi venire il panico.

Tornerà!

L’orologio a muro segnava quasi l’una, avrebbe dovuto già essere ad aspettare il vaporetto che lo avrebbe condotto alla stazione. Pensò subito di chiamarla con il telefonino ma mentre componeva il numero con la coda dell’occhio si sentì investito dalla paura: la sua borsa era sopra lo sgabello e dentro c’erano sia il cellulare, sia il portafoglio. Cominciò davvero a preoccuparsi.

Fumò e bevve molto.

L’aspettò ancora per molto tempo.

Perse il suo treno e con esso la percezione del tempo. Il pomeriggio stava decadendo in una sera dove uno strano vento malefico soffiava con crudeltà attraverso le finestre. Lei non era ancora tornata, ma sarebbe tornata da un momento all’altro…era stato solo un colpo di testa il suo, lei non era la tipa da sparire così. Mai  c’era stato in passato un solo segnale d’incoerenza, mai un serio capriccio, mai la sola minima traccia d’invadenza, mai un segnale d’allarme che le alterasse l’immagine serafica ed equilibrata che la distingueva dalla maggioranza delle altre donne che aveva conosciuto.

Ma allora come aveva potuto aprire quella porta abbandonandolo senza un perché? Come poteva accadere che di tutto quel loro amore alla fine restasse solo una porta aperta in un buco nero?

Non ce la faceva ad alzarsi, era come se fosse sotto un incantesimo dove solo il ritorno di lei avesse potuto risvegliarlo. Nient’altro poteva destarlo da quell’oblio, né il pensiero che sua moglie lo stesse

aspettando né il fatto che ormai quell’amore d’adultero venisse allo scoperto.

Forse doveva andarla a cercare, avvertire la polizia, gridare al vento il suo nome correndo tra i canali, attraversare ponti, buttarsi in mare nuotando tra le isole lagunari finché esausto si sarebbe arreso ai flutti, sì così… come forse avrà fatto lei.

Perché è questo che fanno le donne tristi e sole, no? Non era vero che annegarsi per amore apparteneva di diritto alle donne dolci e disperate?

Il pacchetto di sigarette era vuoto, la bottiglia anche. La cucina era soffocata in una spettrale oscurità tragica.

Non era più un uomo era diventato una statua seduta su di una sedia. Una cariatide sgomenta.

Solo quando venne sera, quando il buio derubò i colori  della città e il vento parve placarsi, lui ebbe la forza di uscire fuori.

Camminò, fece molta strada tra il silenzio della notte. Non c’era foga, ma solo passi da sonnambulo. Era come stare dentro un sogno. Respirava quell’incubo movendosi come un‘ombra in un mondo di ombre. Camminando ricordava la sua  voce, il suo profumo, il  suo dolce sorriso da creatura evanescente. La sua timidezza d’altri tempi. 

Gettava occhiate veloci tra i vicoli, nei canali, nelle scalinate delle chiese, nei rari vaporetti semivuoti che lasciavano il Canal Grande per le ultime corse, cercandola con il solo desiderio di abbracciarla per prometterle davvero quella vita insieme. Solo struggendosi poteva lasciare che il suo corpo si anestetizzasse ignorando la stanchezza, poiché quel che doveva essere una  disperata ricerca diveniva ad ogni passo la  ricerca vana di un fantasma.

Era come se fosse finito in un labirinto, le calle si assomigliavano tutte, perdersi era inevitabile quando il labirinto si delineava nei meandri dell’angoscia.

In giro non c’era più nessuno, uomini e imbarcazioni erano svaniti come se mai fossero esistiti.

Il cuore batteva furioso come pugni sul muro.

Gli occhi bruciavano nel sale della disperazione.

Pareva tutto finito lì come  alcune di quelle  strade che finivano direttamente nei canali.

L’aria sembrava gelida. Tutto appariva cupo, minaccioso. Un cimitero in mezzo al mare.

In sottofondo echeggiava il rumore tetro di tacchi contro il marciapiede con un suono triste, come di  un affrettarsi verso un rifugio oppure una fuga da se stessi.

Se si era perso, si ritrovò finalmente  al di fuori di quel labirinto di strette calle incontrando la laguna che pareva verniciata di un nero brillante.

Era tardi, tardissimo, e quando infine si sedette stremato su di una panchina vicino al pontile che conduceva a Torcello, chiuso e illuminato da due lampioni, sprofondò il viso tra le gambe e tappandosi la bocca con le mani intuì  quel che lui aveva saputo fin dall’inizio. Fin dal primo giorno chi si conobbero intuì che in quella donna c’era qualcosa di indefinito come una figura collocata fuori dal tempo e dalla realtà, marchiata inevitabilmente verso una fine tragica.

Pianse a lungo, pianse per lui e per lei, pianse perché non aveva compreso niente, pianse perché sapeva che mai più la sua vita sarebbe stata quella di una volta.

Precipitare senza mai schiantarsi, ecco cosa gli riservava il domani.

La colpa, se di colpa potesse trattarsi gli gravava nel petto. Avrebbe dovuto prendere delle decisioni, avrebbe dovuto essere onesto con la donna che non amava più e che l’aspettava in un’altra città così come avrebbe dovuto dichiarare che amava l’altra donna che era scomparsa.  Ormai era tardi per ogni cosa.

Non c’era alcuna uscita da quel labirinto, nessun chiarore…nessuna speranza. Era come entrare da un labirinto all’altro.

Tutto ciò che la vita gli aveva dato ora gli veniva tolto con ferocia.

Il cielo tra poco sarebbe rischiarato, la laguna era una pozza di luce perlacea. L’unico suono era quello smorzato del mare, dell’acqua che batteva a ritmo contro i grandi piloni di attracco.

E poi.

E poi in  lontananza il suono della sirena di un  motoscafo della polizia lo raggiunse trasportato dal vento, e solo allora ebbe la certezza di averla persa per sempre.

 

 

 

 

                                       FINE

















       

 

                     

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