mercoledì 12 dicembre 2018
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Books
  SCRITTURA  
 
di Alfio Catania
Libro NARRATIVA 60 pagine
Copertina Morbida - Formato 15x23 - bianco e nero

http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/narrativa/37768/avamposti-dalla-carne-dalla-testa-dal-cuore/

   Alfio Catania è nato a Torino, vive tra venezia e torino-
Ha pubblicato il romanzo Al di là del sogno, 1989 oltre vari racconti brevi per antologie di narrativa e poesia. Attualmente in attesa di distribuzione due nuovi romanzi:

Non mi senti - Prigionieri di una parentesi.
 Finalista al premio Mer 1991

Tutti i diritti riservati -

http://www.kimerik.it/ecommerce/main.asp?Action=VIEWBOOK&Code=477

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CATALOGUE 2007

 

                         Racconto tratto dal libro Avamposti: dalla testa dalla carne dal cuore


 

LA LUCE DI QUEL GIORNO                  

 
 
Verso fine agosto e i primi di settembre il cielo cambia e prende quella luce smaltata e tersa che pare inghiottire il cuore, quasi come a ricordare qualcosa che ci sfugge, o come a ricordare tutto e niente. L’azzurro dei giorni precedenti diventa di un blu ambiguo, algido. In quel colore fatto di luce c’è aria di perdita, di esilio.
- Sei triste? - gli chiese la donna.
La domanda lo colse impreparato. Non era da lei fargli quella domanda, anche perché apparentemente lui non lo era affatto
 -Stavo solo pensando che mi spiace sempre di più lasciare te e questa città.
Le labbra di lei sorrisero. Gli occhi no.
Il campo non era ancora affollato come sarebbe di solito avvenuto da lì a un’ora. Venezia d’estate non gli piaceva affatto: troppa gente, troppo caldo e umidità.
Avevano fatto colazione dopo una notte di eccessi, avevano mangiato paste con la crema, bevuto succo di pompelmo e caffè ed ora alla fine di quei cinque giorni, ora che lui avrebbe dovuto andarsene, sentiva che dopo tutta quella felicità spensierata, qualcosa non andava. Non era come le altre volte, anzi a pensarci bene ogni volta diventava sempre più difficile portare avanti quella storia clandestina. Due anni non erano pochi.
- Vorrei che ti fermassi ancora per un giorno o due.
- Lo sai bene che non posso -, le prese la mano tra le sue guardandola come se non l’avesse mai vista: era una mano da ragazzina e desiderò nuovamente di vederla muoversi su di lui.
Erano seduti sull’unica panchina del piccolo campo poco distante dalla frenesia del centro; davanti a loro c’era la facciata barocca di un’antica palazzina, alla destra un alberello solitario e alla sinistra uno dei tanti anonimi canali dove l’acqua verdastra se ne stava immobile rifulgendo sotto i raggi del sole.
- Lasciamo questa piazza e andiamocene da qui, prima che ci salga lo sconforto voglio farti un regalo. Dai alzati.
- Quante volte te lo devo dire che qui a le piazze si chiamano campi, - gli ricordò mentre sentiva le mani di lui lasciare le sue per accendersi una sigaretta. – Non voglio regali, voglio solo che tu resti ancora qui. Un giorno o due in più…non puoi proprio?
- Se potessi lo farei volentieri, ma non finirebbe bene, sai potrei mangiarti definitivamente tutta, - buttò lì nel vano puerile tentativo di sdrammatizzare la questione.
 
- Va bene, scusami, non volevo insistere. Solo che ogni volta mi diventa sempre più difficile lasciarti. - gli confidò cercando nella borsa l’astuccio con gli occhiali da sole, – Sarà questa luce così forte o l’estate che sta finendo a rendermi così malinconica.
Nel frattempo nell’aria il suono di campane delle molte chiese veneziane cominciò ad annunciare senza sosta chissà quale celebrazione; entrambi amavano quella letizia di note acute e dolci che ti seguivano dappertutto anche quando non eri più lì ma lontano, altrove, in un’altra città, in un’altra vita.
- Toh, ecco le campane, - esclamò lui alzando la testa in aria come se le note insistenti potessero consolidarsi nel cielo, - Non sai quanto mi piace sentirle in sottofondo quando siamo al telefono. E’ come se potessi vederti mentre cammini per le calli, lì che sembri scivolare via lontano da tutti, sola con me e con quel telefonino pigiato su di un orecchio.
- Addirittura?
- Era un modo di dire, sai bene quanto mi piace il tuo portamento, in ogni modo stavo dicendo, a parte che ti adoro, è che ti invidio quando confronto le nostre due città. Nella mia sento solo la frenesia di rumori di auto in corsa, di frenate, di persone stressate tutte lì concentrate dentro un recinto. Alla fine è un po’ come se parlassimo da due mondi opposti.
Lei non disse nulla. Lui non vedeva i suoi occhi celati dalle grandi lenti scure. Ognuno di loro sentì di già la stretta del distacco. Si profilava all’orizzonte un altro periodo fatto solo di telefonate e messaggi, di solitudini e di finzioni.
Le campane cessarono. Una madre con una bambina attraversò il campo eclissandosi in una stretta calle. Un colombo tubava sul cornicione del palazzo di fronte. Un barcone passò pigro nel canale con un borbottare di motore sempre più convulso. Una rarefatta breve armonia dove in un angolo nascosto, in qualche penombra se ne stava minaccioso un coro tragico.
- A che ora parte il tuo treno?
- Prendo quello delle due.
- Come mai così presto? Perché non quello delle cinque come fai di solito? -
- Devo essere a Torino entro stasera, - disse buttando distrattamente la sigaretta a terra. Si alzò e la schiacciò sotto una scarpa. -  Su, andiamo, qui ci stiamo intristendo.
Si incamminarono verso Rialto tra il fermento dei turisti che cominciavano a invadere come parassiti quella città stanca la cui senilità tollerava a fatica quel fragore inopportuno. La luce violenta del giorno s’infilava tra le vecchie case, rimbalzando di muro in muro, pennellando strade e canali di strisce argentate.
Camminarono in silenzio, un po’ distanti come se mai si fossero appartenuti, distanti come estranei forse per il saggio ipocrita timore verso la clandestinità del loro rapporto. La prudenza non era mai poca. Mosaici di luci e ombre si rincorrevano inseguendoli colpendoli e superandoli. Qualche coppia di turisti si godeva un giro su una gondola pigra.
Il cielo era di un blu crudo senza compromessi.
Passando davanti alla vetrina di un negozio d’abbigliamento, lui si fermò colpito dal taglio e dal colore di un completo femminile: una gonna lunga dalla tinta pastello e una camicia leggera di un pallido azzurro, indossati da un manichino senza testa. Era un completo di dolce sensualità un po’ provenzale.
- Lo sai che ti starebbe davvero bene, - esclamò e senza pensarci entrò nel negozio invitandola a seguirlo, Lei lo assecondò compiaciuta e imbarazzata, condizionata dall’orribile premonizione che quell’uomo alla fine l’avrebbe lasciata per sempre, uccidendola dal dolore. Era così che andava la sua vita, per lei non ci sarebbero mai state gioie non contaminate da quella sensazione opprimente, predestinata da un qualcosa di superiore e oscuro. Ma lei era pronta a tutto, lo era sempre stata. Non si sarebbe fatta trovare impreparata per qualunque cosa le riservasse la vita.
Nel negozio vuoto gravava un forte odore di deodorante floreale misto al profumo eccessivo della commessa.
Fece tutto lui, incoraggiandola a provarsi quella gonna e quella camicetta. Nel frattempo la commessa sorrideva ripetendo che le donava davvero quel completino e che era davvero fortunata ad avere un uomo come il suo, un uomo che sapeva valorizzare una donna era un uomo raro. Ma lei era lontana da tutto quel banale cicaleccio, da quelle lusinghe, era lontana anche dalla sua bella immagine riflessa allo specchio mentre la commessa le aggiustava da dietro una piega della gonna; lei se ne stava sempre di più nella realtà di una contrada remota dove la vita prima o poi le avrebbe fatto pagare cara ogni forma di felicità. Era sempre andata così alla fine e non poteva farci nulla.
- Le sta veramente bene. - disse la ragazza e in effetti quei due capi esaltavano l’eleganza della sua figura minuta ma armoniosamente femminile. Ma mentre sorrideva alla commessa discutendo di moda, non poté fare a meno di notare in lei la similitudine degli animi smarriti, estranei di questo mondo.
 
Uscirono dal negozio immettendosi tra i molti turisti che sciamavano come cavallette lungo le strette calli. Il vocio era insopportabile.
- Alla fine hai vinto tu. Grazie! Sei proprio un uomo terribile, - lo sgridò sorridendogli.
- Lo sai quanto mi piace vederti imbarazzata. Diventi così sexy. Peccato che non posso vedertele subito addosso.
- Se vuoi posso mettermele anche adesso. Mi infilo nel bagno di qualche bar e mi cambio, - azzardò decisa come per scacciare via tutti quei brutti pensieri.
- Davvero faresti questo per me?
Stavolta fu lei a prendere l’iniziativa, entrò in un bar con la grande borsa di cartone con su il nome del negozio d’abbigliamento e lì dopo aver ordinato un succo di frutta uscì fuori con indosso gonna e camicetta, incurante se le scarpe di tela senza tacco fossero inadatte.
Lui la guardò… era straordinariamente bella. Era bella perché era lei e perché in lei c’erano i suoi sogni da ragazzino e da uomo. Era proprio lei la donna che da sempre aveva desiderato incontrare.
Quando la vide uscire fuori dal bar, pareva addirittura che scintillasse sospesa dal marciapiede. Non sapeva bene se quello che sentiva fosse amore, ma in quell’attimo, visibilmente commosso, le sorrise provando un sentimento contraddittorio: le avrebbe strappato quei vestiti lì davanti a tutti amandola fino alla morte, possedendola ancor più intensamente di tutte le altre volte in cui l’aveva posseduta. Era così che si sentiva, voleva entrare dentro lei, invertire i ruoli, i sessi, le anatomie, il passato e il presente, eppure sentiva anche il sangue rallentargli nelle vene, sentiva il cuore perdere colpi nel desiderio di fuggire con lei, oppure stranamente anche da solo, annullarsi in un luogo dove ogni cosa e sentimento sarebbero rimasti congelati per l’eternità. Dove passato e futuro erano parole prive di significato.
- Sei bellissima, - esclamò sinceramente commosso.
Lei arrossì. – Voglio lasciarti i morsi del pentimento così impari a lasciarmi qui da sola, - rispose cercando di essere ironica.
Ripresero la strada per casa allontanandosi un po’ dalla fiumana di persone dirette perlopiù a Piazza San Marco.
-  Sai, - disse lei, - vorrei fregarmene di tutto. Tu che non torni più alla tua vita di sempre, diventare così, matti e privi di ogni responsabilità, liberi da tutto. Come questa primavera, ricordi? A Torcello tra quelle distese di campi di carciofi, e noi nascosti in quella piccola macchia di alberi, fregandocene alla grande di perdere l’ultima motonave del pomeriggio.
- Cosa che poi avvenne! - sottolineò lui sorridendo, – e a caro prezzo visto cosa ci ha chiesto il taxi.
- Torcello è un luogo fatato dicono alcuni veneziani. Ci sono ritornata da sola due mesi fa sai?-
-E non mi hai detto niente?
- Era un giorno feriale e non avevo voglia di passarlo in studio così nel pomeriggio sono ritornata in quell’isoletta in mezzo alla laguna.
- E’ davvero un posto pieno di pace e suggestione, capisco perché Hemingway l’adorava.
- Lui in fondo era un uomo fondamentalmente triste. Nonostante ciò io a Torcello ci andrei a finire i miei giorni. Una sana e dolce vecchiaia, un’anticamera prima del gran salto nel blu.
- Ci verrei pure io, sempre se mi volessi, - ci scherzò su.
Non ci fu né un si né un no. Solo un altro di quei suoi enigmatici dolci sorrisi.
Camminarono silenziosi ancora un po’ prima di raggiungere casa lasciandosi alle spalle il brusio onnipresente della folla.
- Tra un po’ dobbiamo andare a recuperare il borsone in casa, - disse lui guardando l’orologio, - Ci conviene non allontanarci troppo. Sbaglio o abbiamo fatto un’altra strada?
- Sì ma non vuoi mangiare qualcosa prima di andartene? -
- Non ho fame, - rispose con una voce roca accendendosi un’altra sigaretta mentre le camminava a fianco senza la forza di guardarla o di fermarsi per baciarla o per confessarle che in verità lui non avrebbe voluto andare da nessuna parte, né con lei né con nessun altro, perché quello che avrebbe desiderato era che tutto si fermasse per sempre lì. Svanire in quell’istante colpito da un infarto fulminante e fan culo tutto e tutti. Semplicemente stramazzare a terra tra quelle calli buie nella maniera più melodrammatica possibile, pensò sorridendo a se stesso per la stupidità di questa sua riflessione.
Giunti sotto casa lei cercò le chiavi del portoncino mentre lui nella penombra di quel budello che finiva direttamente in uno stretto canale, inspirava l’acre puzzo di acque torbide intrappolate tra quelle case antiche impregnate d’umidità, pensando che la vita tutto sommato valeva viverla senza troppe paranoie, giorno per giorno e amen.
 
Salirono le due rampe di scale entrando in casa.
Lui si guardò attorno e questa volta ebbe davvero la vaga sensazione che per un motivo o per l’altro non avrebbe mai più messo piede tra quelle pareti. Forse lei lo intuì perché non si scambiarono alcuna parola. Abbassandosi chiuse il borsone mettendoci dentro un libro ed una maglietta che aveva dimenticato fuori, li stipò dentro con cura e alzando la testa vide lei con le braccia conserte come se si proteggesse da non si sa cosa. Lo osservava con gli occhi umidi dondolandosi impercettibilmente sulle gambe.
- Dai non fare così, ti prometto che ci rivedremo nel giro di poco tempo, - la rassicurò carezzandole una guancia. - Intanto è ancora presto. Posso bere qualcosa? Mi si è seccata la gola.
Andò in cucina e si prese una birra dal frigo sorseggiandola davanti alla finestra che dava sul canale.
- Davvero non vuoi mangiare niente? – gli domandò osservandolo silenzioso di spalle.
-  Ho solo sete, mangia tu se vuoi, - e si voltò scrutandola nella penombra della cucina, - Vorrei tanto non andarmene, - le confidò appoggiandosi sul tavolo. – Ti ricordi di quella storia che ti raccontai la prima volta che venni qui?
- Certamente… la storia indiana? -
- Sì, e se non sbaglio te la scrissi anche su di un foglietto. Lo hai ancora?
- Ho conservato tutto di te.
Una barca da trasporto merci passò sotto nel canale. I vetri tremarono debolmente nella penombra della casa.
- Mi piacerebbe che tu me la raccontassi di nuovo, è tanto che non la sento.
- Siediti che te la racconto.
Le raccontò di un amore divino e di come tutto ebbe inizio in uno stagno. Cominciò con il Dio Brahmà  e del suo desiderio per la dea Satarupà, fino al suggestivo invito a distendersi con lui nel morbido letto di una foglia di loto. Raccontò di come si amarono con ardore mentre il petalo si richiudeva lentamente su di loro per ripararli dal mondo circostante, permettendo loro così di potersi amare indisturbati per cent’anni.
Quando terminò di raccontare la storia lei si alzò dalla sedia per sedersi sopra le sue gambe, lo abbracciò fortemente, si alzò i lembi della gonna nuova facendosi penetrare delicatamente da quell’uomo terribile che le aveva rubato se stessa. Si amarono con dolcezza, quasi con disperazione, si amarono con il viso di lei nascosto nelle spalle di lui mentre il piacere erompeva con una solennità sconosciuta, quasi sovrannaturale, fatale.
- Ti amo, - riuscì a dirle per la prima volta e dicendolo, entrambi intuirono che qualcosa si fosse spostato verso un luogo ancora più sconosciuto del loro amore segreto.
Lei si nutrì di quelle due lettere e ci annegò il cuore. Una lama di luce entrò tra gli stipiti della finestra socchiusa posandosi dolcemente sulle ciglia lunghe e nere. Ci fu un tremolio, chiuse gli occhi e quando li riaprì si staccarono due grosse gocce salate che precipitarono come perle trasparenti tra le pieghe della camicia del suo uomo.
Lui non si accorse di nulla e questo fu un peccato poiché forse anche lui avrebbe potuto unirsi a quelle lacrime silenziose in un pianto liberatorio. Restarono così, abbracciati e muti, immersi ognuno nella fragranza dell’altro, evitando d’incontrarsi negli occhi come se ciò potesse intimidirli o leggervi stupide profezie alle quali nessuno dei due voleva credere.
- Vado in bagno. - e si alzò dalle sue gambe con la gonna che le scivolava giù fino alle caviglie. La sfilò via. Non disse altro ma in quella voce lui scorse un’incrinatura sconosciuta, un tono disperato che sapeva di pianto e distacco. E tutto fu.
Trascorsero circa una quindicina di minuti prima che lui perplesso la chiamò dalla cucina: non si era mosso dalla sedia, aspettandola aveva pensato di dirle che forse sarebbe stato meglio davvero finirla. Ma non se ne sentiva la forza né il coraggio, come le ultime due volte che era venuto a trovarla con l’intenzione di chiudere quella storia, si rendeva conto di amarla sempre di più e sempre di più di non poterne farne a meno.
La chiamò un’altra volta e quando non ottenne risposta si diresse verso il bagno. Percorse il piccolo corridoio poco illuminato notando in fondo la porta di ingresso socchiusa.
Una lama di luce in diagonale sulle piastrelle giungeva dal pianerottolo.
Chiuse la porta e la chiamò di nuovo con un tono apprensivo.
Il suo nome echeggio inutilmente tre quattro volte senza raggiungerla.
Aprì lentamente la porta di legno del bagno.
E dentro non c’era nessuno.
Era uno scherzo, pensò tra l’ansia e la rabbia.
Ancora il nome di lei echeggiò stridulo e nervoso tra i muri.
Diede per scrupolo una veloce occhiata nelle uniche due stanze dell’appartamento.
Lei non c’era più. Aveva aperto la porta e se n’era andata lasciandolo lì.
Solo.
Dov’era finita?
E perché innanzi tutto?
La gola gli si fece arida, gli tremarono quasi le gambe mentre il pavimento sembrò vacillargli sotto i piedi in un presentimento che non gli piacque affatto.
Ritornò alla porta d’ingresso e si affacciò sulla rampa di scale, ma sotto non c’era e chiamarla sarebbe stato inutile.Scese le scale di corsa affacciandosi fuori dal portoncino con la speranza di vedersela lì fuori magari sporta sul muretto del canale oppure sorridente per lo scherzo riuscito.
Un micio miagolò sovrastante da un balcone colmo di gerani di un verde assoluto.
Un signore lo scrutò con diffidenza mentre usciva dal portone di fronte.
Agitato imprecava guardandosi attorno.
Tornerà si disse. Tornerà e quando torna sono cazzi suoi. Questa volta chiudo tutto davvero.Inutile stare qui fuori, pensò, così ritornò su in casa.
Almeno nella fretta non si era chiuso fuori.
Doveva restare calmo, sarebbe tornata, si disse prendendo una bottiglia di Bacardi per dar sollievo alla bocca che sentiva come carta vetro.
Si accese una sigaretta. Non doveva farsi venire il panico. Tutto si sarebbe sistemato. Tutto sarebbe finito tra loro due.
L’orologio a muro segnava quasi l’una. Era trascorsa già una buona mezz’ora. Non gli restava che chiamarla sul telefonino. Si stava facendo tardi e tra poco avrebbe dovuto trovarsi sul vaporetto diretto alla stazione. Digitò il suo nome sulla tastiera facendo partire la telefonata augurandosi solo di non sentire la solita voce fastidiosa di donna che diceva che l’utente non era raggiungibile, perché a quel punto se ne sarebbe andato in stazione da solo lasciando per sempre lei e quella città.
Appena fece partire la chiamata si raggelò spaventato. Un cellullare stava squillando lontano. Proveniva dal corridoio. Si alzò nervosamente precipitandosi verso il suono ovattato e squillante. Sopra una cassapanca c’era una borsa e dentro la borsa squillava ancora il telefonino.
Non si era nemmeno accorto che stava ancora facendo suonare quel telefono. Chiuse la chiamata e la casa si zittì spettralmente.
Dentro la borsa c’era non solo il cellulare ma anche il portafoglio. E a quel punto cominciò davvero a preoccuparsi.
Non sapeva più che fare o che pensare.
Non era più arrabbiato.
Fumò e bevve molto.
L’aspettò ancora per molto tempo.
Perse non solo il suo treno ma la percezione del tempo. Il pomeriggio stava decadendo in una sera dove uno strano vento fresco e malefico soffiava con crudeltà contro i sottili vetri delle finestre. Lei non era ancora tornata, ma sarebbe tornata da un momento all’altro… era stato solo un colpo di testa, una stupidaggine: lei non era una donna da sparire così. Non c’era mai stato in passato alcun segnale di nessuna assennatezza, mai un segnale d’allarme che le alterasse l’immagine serafica ed equilibrata che la distingueva dalla maggioranza delle altre donne che aveva conosciuto. Era una donna malinconica ma decisamente stabile.
Ma allora come aveva potuto aprire quella porta abbandonandolo senza un perché? Come poteva accadere che di tutto quel loro amore alla fine restasse solo una porta aperta su di un buco nero? Non ce la faceva ad alzarsi, era come se fosse sotto un incantesimo dove solo il ritorno di lei avrebbe potuto risvegliarlo. Nient’altro poteva destarlo da quell’oblio, né il pensiero che sua moglie lo stesse aspettando né il fatto che ormai quell’amore d’adultero venisse allo scoperto.
Forse doveva andarla a cercare, avvertire la polizia, gridare al vento il suo nome correndo tra i canali, attraversare ponti, buttarsi in mare nuotando tra le isole lagunari finché esausto si sarebbe arreso ai flutti, sì così… come forse poteva aver fatto lei.
Perché è questo che fanno le donne tristi e sole, no? Non era vero che annegarsi per amore apparteneva di diritto alle donne dolci e disperate?
Il pacchetto di sigarette era vuoto, la bottiglia anche. La cucina era soffocata in una cappa di oscurità tragica. Muta.
Non era più un uomo era diventato una statua seduta su di una sedia. Si sentiva oppresso e inanime. L’unica iniziativa che riuscì ad avere fu quella di inviare un sms alla moglie dove le scrisse che per contrattempi lavorativi non sapeva quando sarebbe ritornato. L’avrebbe chiamata più tardi dicendole che treno avrebbe preso, mentì vergognandosi di se stesso.
 
Solo quando venne sera, quando il buio derubò i colori della città e il vento parve placarsi, lui ebbe la forza di uscire fuori.
Camminò lentamente senza una meta lungo calli strette e una sera pulita dal vento. Non c’era foga, ma solo passi da sonnambulo. Era come stare dentro un sogno. Respirava quell’incubo movendosi come un‘ombra in un mondo di ombre. Un mondo sottomarino dove qualche rara gondola nera come una bara scivolava chissà dove simile a un’apparizione.
 Camminando ricordava la sua voce, il suo profumo, il suo dolce sorriso da creatura evanescente. La sua timidezza d’altri tempi. 
 Talvolta scrutava fugacemente tra le calli, nei canali, nelle scalinate delle chiese, nei rari vaporetti semivuoti che lasciavano il Canal Grande per le ultime corse, cercandola con il solo desiderio di abbracciarla per prometterle davvero quella vita insieme. Solo struggendosi poteva lasciare che il suo corpo si anestetizzasse ignorando la stanchezza, poiché quel che doveva essere una disperata ricerca diveniva ad ogni passo la ricerca vana di un fantasma.
Era come se fosse finito in un labirinto, le calli si assomigliavano tutte, perdersi era inevitabile quando il labirinto si delineava nei meandri di un’angoscia disperata.
Non sapeva manco più che ore fossero.
Il tempo si era frantumato mescolando passato presente e futuro.
In giro non c’era più nessuno, uomini e imbarcazioni erano svaniti come se mai fossero esistiti.
Il cuore batteva furioso come pugni sul muro.
Gli occhi bruciavano nel sale della disperazione.
Pareva tutto finito lì come alcune di quelle strade che terminavano direttamente nei canali bui.
L’aria sembrava gelida. Tutto appariva cupo, minaccioso. Un cimitero in mezzo al mare.
In sottofondo echeggiava il rumore tetro di tacchi contro il marciapiede con un suono triste, come di un affrettarsi verso un rifugio, oppure una fuga da se stessi.
Se si era perso, si ritrovò finalmente al di fuori di quel labirinto di strette calli incontrando la laguna. Una laguna verniciata di un nero brillante.
Era notte fonda quando infine si sedette stremato su di una panchina vicino al pontile di Fondamenta Nuove, partenza delle linee che portavano alle isole interne della laguna tra cui Torcello.
Non c’ era anima viva. Il gabbiotto dei biglietti delle motonavi era illuminato di un giallo malato. In quel cono di luce seduto sprofondò il viso tra le gambe e tappandosi la bocca con le mani intuì quel che lui aveva presagito fin dall’inizio. Fin dal primo giorno che si conobbero il suo inconscio sapeva già che in quella donna c’era qualcosa di indefinito, come una figura collocata fuori dal tempo e dalla realtà, marchiata inevitabilmente verso una fine tragica.
Dopo parecchi anni pianse a lungo, pianse per lui e per lei, pianse perché non aveva compreso niente, pianse perché sapeva che mai più la sua vita sarebbe stata quella di una volta.
Precipitare senza mai schiantarsi, ecco cosa gli riservava il domani.
La colpa, se di colpa potesse trattarsi gli gravava nel petto. Avrebbe dovuto prendere delle decisioni, avrebbe dovuto essere onesto con la donna che non amava più e che l’aspettava in un’altra città così come avrebbe dovuto dichiarare che amava l’altra donna che era scomparsa. Ormai era tardi per ogni cosa.
Non c’era alcuna uscita da quel labirinto, nessun chiarore, nessuna speranza. Era come entrare da un labirinto all’altro.
Tutto ciò che la vita gli aveva dato ora gli veniva tolto con ferocia e nessuna lacrima poteva alleviare la consapevolezza della perdita.
Il cielo tra poco sarebbe rischiarato, la laguna era una pozza di luce perlacea. L’unico suono era quello smorzato del mare, dell’acqua che batteva a ritmo contro i grandi piloni di attracco.
E poi.
E poi in lontananza il suono della sirena di un motoscafo della polizia lo raggiunse trasportato dal vento, e solo allora ebbe la certezza assoluta di averla persa per sempre.
 
 
 
 
                                       FINE













 
       
 
                     
 
 

 

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